cominciamo da qui

mercoledì 27 gennaio 2010

just keep your eyes open for any bananafish


this is a perfect day for bananafish,

mercoledì 20 gennaio 2010

volevo pubblicare un nuovo post precisamente un anno dopo la pubblicazione dell'ultimo e invece ho perso il conto.

sabato 17 gennaio 2009

lunedì 5 gennaio 2009

giovedì 1 gennaio 2009

galleggiare (no future)
versione provvisoria, sì, ma meno di prima

When there’s no future how can there be sin?

Ha le gambe penzoloni nell’acqua, il manico della tazzina stretto fra due dita, la busta con i risultati delle analisi, ancora chiusa, poggiata sulla pancia. Il telefono sul bordo della piscina, muto, il filo troncato a metà e ripiantato nell’erba. L’altro telefono, rimasto dentro casa, in soggiorno, squilla di nuovo a lungo, poi smette.

***

Lei dice non mi importa se mi credi o no, è la verità, poi tu credi pure a quello che ti pare. Quindi è sicuro che mente.
Forse avrebbe dovuto dirglielo in quel momento, invece di chiedergli di leggere. Invece che nascondere il viso e premere la fronte e il naso contro il suo braccio. Avrebbe dovuto spiegargli perché, dopo quella telefonata, da lui non voleva altro che continuasse a leggere e a muovere la mano.
La finestra sopra il lavello del mio cucinino è stata ripulita dal violento acquazzone di stanotte e ora è una mattina di sole, è ancora presto, e fuori c'è un casino di verde.
Quando aveva iniziato a piangere aveva dovuto dirgli di andare avanti. Lui le aveva chiesto di voltare la pagina e aveva ricominciato.

***

La tazzina le scivola dalla mano e affonda nell’acqua, sparisce quasi subito, andandosi a posare fra gli oggetti sotto di lei: piatti, bicchieri, due lampade in vetro e acciaio, un portariviste, il divano che solo pochi giorni prima aveva trascinato fuori, rotolato lungo il prato e poi gettato in piscina.

Aveva solo aspettato, da quando i suoi erano partiti e da quando aveva ricevuto la notizia, aspettato che arrivasse il tempo perché il test fosse affidabile. Nel frattempo aveva pensato all’inutilità di ogni sua azione se il risultato fosse stato positivo, la mancanza di valore di qualunque piccola attività quotidiana, anche andare a fare la spesa e spingere il carrello correggendone la direzione perché una delle ruote, più lenta, avrebbe tirato dalla sua parte.  

***

Svegliati, ti faccio vedere un posto, vieni con me.

Il torrente è poco dietro la casa, dieci minuti di cammino. Lui si toglie scarpe, pantaloni e maglia ed entra dentro, con calma ma senza voltarsi.
Rabbrividisce dentro la felpa, tira giù le maniche a coprire anche le mani abbracciandosi da sola. Lo guarda e aspetta che si volti verso di lei, che sorrida del suo starsene rannicchiata in sé, dicendole che quel freddo è la sensazione più bella che esista. Ha le gambe dentro l’acqua, piantate fra i ciottoli, salde in mezzo alla corrente che sembra volerlo tirare via, il braccio teso verso di lei. Dai, su, ti tengo io.
Mette i piedi dentro, il torrente è gelido, ma è vero: è la sensazione più bella esista. Sente nuovamente di avere un corpo come se finora avesse scordato l’esistenza delle sue braccia, delle sue gambe, della schiena, della pancia. Si schiaccia contro di lui, il calore che viene del petto, stretto fra i loro stomaci, e tutto intorno il gelo.

Lei allunga una mano verso i rami degli alberi che si piegano verso l’acqua.
A volte, durante le piene, il livello del Tevere supera in altezza gli alberi che crescono lungo gli argini, gli dice, e quando l’acqua scende di nuovo fra i rami rimangono buste di plastica e vecchi vestiti, lacci, fogli di carta, reti metalliche.
Lui guarda le montagne sopra di loro, poi la nuca di lei.
Reti metalliche?
Sì, come delle decorazioni di natale, e gli alberi sembrano in festa.
Delle reti metalliche?

Avrebbe voluto raccontargli la storia di una donna che si spogliava e gettava gli abiti dal ponte, una barbona nuda in pieno inverno, grassa e bellissima e indifferente al freddo, e della grazia leggera con cui i suoi stracci cadevano giù. Ma pensa alla madre di lui, a quando l'aveva trovata una mattina dentro la fontana della piazzetta vicino la scuola, a come era bella, con i capelli rossi bagnati e quei seni grandi che aveva guardato a lungo (lei ne aveva solo un accenno), al modo in cui l'aveva salutata all'inizio, riconoscendola solo dopo qualche minuto, quando si era convinta a uscire e lei l'aveva aiutata a rivestirsi. 
Esce dall’acqua troppo gelida, con le punte dei piedi ormai viola e le mani raggrinzite, e si stende sull’erba al sole chiudendo gli occhi, e poi, lo sente arrivare.
 
***

Sulla sua poltrona gonfiabile si lascia pungere dalle zanzare che volano a pelo d’acqua, nell’incavo del bracciolo, fatto per metterci un bicchiere da cocktail, c’è infilato il suo telefonino che ogni tanto squilla e al quale risponde sempre. O almeno quel tanto che basta a non far allarmare nessuno.
Di solito è sua madre, le sue telefonate non sono impegnative, deve solo rassicurarla sul fatto che non sta dando festini pieni di superalcolici che finiscono con gente che scopa o vomita in piscina, dietro i cespugli, nei bagni e dentro le camere. Ogni volta le ripete che la casa è vuota, che non c’è nessuno, sottolineando vuota e nessuno, senza che mai sua madre la corregga. Infastidita, ammette che è troppo sottile la differenza fra il suo esserci o no perché sua madre se ne possa accorgere anche se fosse lì davanti, in piedi sul prato, e non in Giappone.

Nei primi giorni era stata chiusa in camera e aveva fatto ricerche continue, calcolato le probabilità: avevano scopato tre volte, sempre senza preservativo; partiva dall’incidenza media, il 19% di contagio da uomo a donna, e divideva o moltiplicava in base al numero dei rapporti, a quanto e cosa avevano fatto.
Poi i suoi erano partiti e la piscina con l’acqua verde, stantia, malata, immobile, covo di insetti che brulicavano in superficie proprio come un morbo, le era sembrata il posto perfetto per attendere: per non pensare, galleggiare e attendere.

Sgambetta nell’acqua rompendo in piccole scaglie il velo denso che si forma in superficie mentre sua madre le chiede se ha chiamato la ditta per la pulizia della piscina, se hanno cambiato l’acqua, se i filtri sono ripartiti. Sì, la piscina è piena e casa è vuota. Il che è tutto vero: la sua stessa presenza lì non ha alcun valore, visto che si è ridotta a figura inerte a mollo quasi tutto il giorno nell’acqua che nessuno ha più cambiato dall’estate precedente; e la casa è davvero vuota, saccheggiata di quasi tutti i mobili – almeno di quelli che riusciva a spostare da sola, la cucina, la libreria a parete e gli armadi più grandi sono ancora ai loro posti - che uno alla volta sono stati gettati nella piscina. Ultimo lo stereo, dopo aver provato tutti i dischi in vinile e tutti i cd sparsi nel soggiorno e nella sua camera senza trovarne uno che si avvicinasse alla musica che voleva ascoltare.

***

Le dice di versare un po’ di vino nella carne sul fuoco. Lei ne mette anche un bicchiere per sé e uno per lui, svuotando quello che rimaneva dell’ultima bottiglia. Con il bicchiere in una mano, allunga l'altra, prende il pacchetto e s’accende una sigaretta; si avvicina alla finestra, apre i vetri per far uscire il fumo fuori: piove e qualche goccia le va sul braccio poggiato sul davanzale, sulle dita, sulla carta bianca che racchiude il tabacco.

Dovresti smettere, sai? Non ci posso credere che la gente continui a fumare.

Smettere? Per la mia salute? Dici che fumare mi fa male?

So dove vuoi andare a parare: troppo scontato, e in ogni caso sì, fa male.

Se mi dici che m’uccideranno prima della fine del mondo, se mi dici che me la risparmieranno allora me ne accendo subito un’altra.

Ah, e non ti sentiresti responsabile né di un tuo tumore ai polmoni né della fine del mondo?

E sentiamo, cosa dovrei fare? Cosa? Eh? Se smetto di fumare, se faccio una vita salutare, da salutista, come fai tu, se mi chiudo in un eremo a coltivare il mio orticello, se compro vestiti che sembrano sacchi di iuta, fatti da qualche contadino fattone, allora sarò nel giusto?

Non lo so, io penso di essere nel giusto.

Per un orticello?

Non è un orticello e basta, è un progetto e funziona. 

Progetto? È un'utopia.

La trascina fuori, le tira un braccio giù, fino a farle affondare le mani nella terra. Questo è reale. Questo è avere un progetto per il futuro, le dice. 

Il futuro è un'utopia. E qui piove, torniamo dentro.

Smettila. Resta qui.

Restaci tu in mezzo al fango, io torno dentro.

Vieni a vivere qui.

Ma quando? Ora? Per sempre?

Venerdì vai a casa, poi ti organizzi e torni, per restare. Non è mica assurdo: non potresti lavorare da qui?
(Tu non morirai vero?)

Perché? Perché pensi che voglio essere salvata da qualcosa?

Io non sono capace di salvare nessuno. Vorrei solo che restassi qui.
(Guarirai?)

Ci penserò.

Seriamente?
(Mamma, me lo prometti?)

Sì.

Non so se crederti.

***

Era capitato, come capitava spesso, che lei fosse una delle persone che verso metà della festa scopavano in piscina o vomitavano nel giardino. Poi, lui l'aveva chiamata, passi da me?, e lei era andata. Ma non poteva sapere, ancora. 
Ora invece sapeva: che non ne sarebbe morta (forse non sarebbe nemmeno diventata una malata, che il destino del mondo probabilmente sarebbe stato più veloce a chiudere i conti di quanto potesse mai esserlo la malattia), di non provare niente per sé (preoccupazione paura speranza), che se la percentuale media di contagio per via sessuale da uomo a donna è del 19%, quella da donna a uomo scende al 2,4% ma che non c'era modo di calcolare quanto rischiasse lui, e che piccola o grande quella probabilità era l'unica spina a infastidirla, l'unica eventualità per cui sentirsi responsabile. 

Forse avrebbe dovuto avvisarlo, forse avrebbe dovuto chiamarlo, o rispondere alle sue chiamate, per consigliare anche a lui di fare il test, ma non l'aveva fatto.
Forse avrebbe dovuto dirglielo subito, appena ricevuta la chiamata. Appena ripescato il cellulare dalla vaschetta del lavello piena di acqua saponata, subito dopo averlo individuato fra i piatti e le posate che avevano sporcato a cena. Le era sembrato uno di quei pesci mostruosi degli abissi per via della lucina che continuava a lampeggiare, e nell'afferrarlo e sciacquarlo sotto l'acqua corrente aveva avuto paura che mostrasse la sua vera natura, che le mordesse una mano o la paralizzasse. Poi l'aveva asciugato, spento e riacceso ed era tornato a essere un cellulare, il suo, che squillava, che le permetteva di ascoltare una persona, che le avrebbe anche permesso di accusare quella persona, di chiederle se ancora si sentiva nel giusto, se ancora considerava valido e reale il suo progetto per il futuro. Non aveva però risposto niente, aveva solo spento nuovamente il cellulare ed era tornata a sedersi sul divano, lasciando che la sua mano le alzasse la gonna, chiedendogli di non fare altro che leggere e continuare a muovere le dita.

Apre la busta, legge l’esito, poi lascia cadere il foglio in acqua. Non sa dire se la risposta è quella che prevedeva. Dovrebbe essere felice, dovrebbe forse scattare su dalla poltrona gonfiabile, uscire dalla piscina, farsi una vera doccia, provare a ricominciare, invece rimane immobile. Con un piede si spinge verso il centro della piscina, guarda disgustata l’acqua intorno a sé e pensa che quel peso la porterà giù, fra gli oggetti sul fondo e che, come per questi, anche di lei si intuirà solo la sagoma indefinita, senza speranze e senza giustificazioni, senza scuse per l’incapacità di tornare a galla.

2008: la profezia pop

È difficile resistere al Mercato, amore mio
Di conseguenza andiamo in cerca
di rivoluzioni e vena artistica
Per questo le avanguardie erano ok,
almeno fino al ’66
ma ormai
la fine va da sé
È inevitabile

Anna pensa di soccombere al Mercato
Non lo sa perché si è laureata anni fa
credeva nella lotta, adesso sta
paralizzata in strada
finge di essere morta
scrive con lo spray
sui muri
che la catastrofe
È inevitabile

Vede la fine in metropolitana,
nella puttana che le si siede a fianco
nel tizio stanco
nella sua borsa di Dior
Legge la Fine nei saccchi dei cinesi
nei giorni spesi al centro commerciale
nel sesso orale, nel suo non eccitarla più

È difficile resistere al Mercato, Anna lo sa
Un tempo aveva un sogno stupido:
un nucleo armato terroristico
Adesso è un corpo fragile che sa
d’essere morto e sogna l’Africa.
Strafatta, compone poesie sulla Catastrofe

Muore il Mercato per autoconsunzione
Non è peccato, e non è Marx & Engels.
È l’estinzione, è un ragazzino in agonia.

[il liberismo ha i giorni contati, Baustelle]

Speranze e propositi per l'anno nuovo: che la crisi si porti via un modo di intendere lo sviluppo in senso rettilineo e basato su un aumento progressivo della produzione (e dei consumi); che il mondo non finisca e che si capisca cosa dobbiamo fare, tutti, per avere ancora una chance; che io riesca a dimagrire almeno 6 chili; altre due cose toppsìcret.

domenica 14 dicembre 2008






lunedì 24 novembre 2008

il romanzo nel cassetto

mercoledì 19 novembre 2008

una recensione musicale?
o, chi si ricorda di Zack de la Rocha?

o ancora, perché permettere che la distinzione fra il proprio culo e il cuscino del divano sia eterodiretta?


Di là, intanto, le creature sono aumentate e sembrano aver trovato un capo, un leader. Veste meglio, ha la giacca blu e un sorriso inquietante come quello dei suoi simili che conducono l'olocausto in tv. È lui a dirigere le operazioni. Gli zombie non ce la fanno da soli, non distinguono un cuscino del divano dal loro culo. Ma a questo servono i leader. Eccoli allora, coordinati dai suoi ordini. Costruire un ariete per sfondare la porta e difendere l'Ordine dai sovversivi, dai diversi, dagli anarco-insurrezionalisti, dai no-qualcosa, dagli stranieri.

di Lorenzo Centini
qui la recensione completa
qui il sito degli One Day as a Lion

martedì 11 novembre 2008

ci metto troppi vecchi nei racconti

In due momenti della giornata sento che la mia sociopatia sale al limite: quando si alzano le serrande al mattino e trovo fuori sull’asfalto umido, ad attendere l’apertura del negozio, un gruppetto di agguerriti armati del volantino con le ultime promozioni pronti a rovistarmi anche nello stomaco pur di trovare l’offerta del mese, e poi questo, la sera, quando al ritorno verso casa scendo dalla metro e devo sentirmi spingere ripetutamente, in piccoli colpetti che arrivano ovunque: ai fianchi, sulle spalle, sul culo, sulle braccia che non posso più muovere e mi sento costretto, colpetti di ginocchia contro le mie, di ginocchia, non ho autonomia di movimento devo solo farmi trasportare dalla marea fino alla scala mobile. Mi manca il respiro e penso che vorrei camminare coi gomiti protesi verso l’esterno a puntellare la massa di corpi, a tenerla lontana che almeno possa respirare un po'.
Sulla scala mi sposto automaticamente sulla destra, che rimanga spazio sulla sinistra per chi ha fretta, che tanto poi anche se me ne sto scostato di lato mi sbatteranno contro le loro borse piene di oggetti appuntiti e le loro buste della spesa, schifosamente umide per via dei surgelati, dei cadaveri di animali spellati e so un cavolo io cos’altro ci tengono nascosto dentro.
Forse dovrei superare il vecchio che mi sta davanti, barcollante, che rischio pure mi caschi addosso da un momento all’altro. Lo guardo, i tendini dietro il collo tesi e sporgenti con una fossa nel centro che pare possa risucchiargli anche la testa prima di stanotte. Ha le maniche del maglione tirate su al gomito come se fosse appena tornato da una giornata di lavoro nei campi, gli guardo l’avambraccio e la mano poggiata sul nastro di gomma del corrimano scorrevole. Mio nonno che torna da una giornata di lavoro nei campi, le maniche della camicia arrotolate e il braccio forte coi muscoli tesi che regge la vanga leggermente scostata dal corpo. Io gli corro incontro e ai piedi ho degli stivaletti di gomma rossi con superman stampato sui due lati esterni, col braccio teso che punta il cielo, o il mio fianco.
Il maglione del vecchio puzza di armadio chiuso e di cucina a base di dado da brodo. Dovrei superarlo ma rimango fermo lì, lo annuso ancora un po’ e gli guardo di nuovo le braccia, la pelle. È molto più vecchio di mio nonno, è vecchio quanto mio nonno non potrà più diventare. Non ha la stessa rassicurante solidità. Se lo superassi ora e lo guardassi in faccia anche quegli ultimi piccoli pezzetti di paragone cadrebbero sulla scala mobile e verrebbero presto arrotolati sotto, trinciati dal meccanismo. Una volta ho visto una donna coi pantaloni impigliati nel punto dove il nastro metallico rientra disciplinato da un pettine di metallo: la scala mobile sembrava un mostro e le ha strappato i pantaloni. Però dovrei superarlo perché i vecchi una volta arrivati in cima cominciano a fare quei passettini inutili e rimangono fermi sempre allo stesso punto mentre la scala continua a riversargli addosso gente che spinge e non trova sfogo. Non è consigliabile rimanere qui dietro. Eppure mi accosto solo un po’ a sfiorargli la mano con la pelle ruvida in superficie e molle nella consistenza, come se fosse staccata dal resto del corpo. Il vecchio, naturalmente, non se ne accorge.
Attaccato dietro il maglione ha una foglia di cardo, secca, chissà da dove viene e da quanto tempo sta lì. Gli ultimi gradini si appiattiscono per infilarsi sotto gli ingranaggi, come prevedevo il vecchietto comincia a muovere i piedi rimanendo fermo sul posto. Mi avvicino di più, vorrei aiutarlo o vorrei solo toccarlo, senza che si giri. Poi la sento, la voce di qualcuno da dietro che dice “permesso!” imperativa, una ragazza dai jeans a vita bassa e con dei finti piccoli cristalli posizionati sul sedere a comporre la parola JEANS, cos'altro poi. Non ho tempo di scrivermi in fronte ALLIBITO perché la ragazza mi sbilancia, il vecchio è ancora fermo e io mi appoggio a lui, sento l’odore della brillantina Linetti e di cuoio capelluto, caracollo, lui si sposta poco e io sto per cadergli addosso, lo schivo e riesco, finalmente ma malvolentieri, a superarlo; cerco di tenermi alla colonna quadrata di marmo ma sono quasi carponi ormai e sbatto l’avambraccio contro lo spigolo. Il vecchio barcolla, già lo faceva prima, da fermo, ma ora mi guarda torvo come se fosse colpa mia e alza il bastone verso di me: mi vedo sotto il naso il cerchio nero del gommino che sta sulla punta a proteggere il legno.
Una signora si ferma, insieme a lei altre persone, mi guardano accusatorie. Chiedono al vecchio se si sente bene se è tutto a posto. Guardano i miei occhi arrossati e lucidi, devono pensare che sono fatto di chissà cosa. Io mi tengo il braccio, accarezzo le ossa, ulna, radio, ulna, esaspero l’espressione di sofferenza, mi sono fatto male sono una vittima. Loro non sono interessati al mio dolore, chiedono al vecchio se ha tutto, se gli manca niente dalle tasche, mi circondano e io mi arrendo.

domenica 9 novembre 2008

la speranza, ancora

La speranza è che nessuno più voglia far decidere a un pezzo di metallo. Qualunque forma di interpretazione, per quanto lenta e fangosa, sarà sempre preferibile alla violenza. Susan Sontag diceva che non c’è niente di male nel fermarsi a riflettere, perché non si può allo stesso tempo pensare e colpire un altro. Ma questo non lo si raggiunge citando la Sontag. Lo si raggiunge cambiando giorno dopo giorno il clima sociale di un paese che ha perso la mappa etica. Per strada, parlando, negli stadi, in televisione, scrivendo, agendo, di giorno in giorno, con onestà intellettuale e rispetto del prossimo.

(Giorgio Fontana, l'articolo completo su: lo Straniero)

domenica 2 novembre 2008



e noi siamo: due centri commerciali, una centrale turbogas, quattro stabilimenti farmaceutici fra i più pericolosi d'Italia, giunte comunali inadeguate in cui le categorie di "destra" e "sinistra" e "maggioranza" e "opposizione" non hanno mai avuto alcun significato, gianni "il matto" che sfreccia in bici urlando 'mico! vestito da babbo natale per finire poi schiacciato da un'auto in pieno centro, un centro che non è mai stato un centro e una periferia che invece che diramarsi su rette centrifughe si insinua dentro la città e riempe le sue spaccature per conquistarne il cuore; siamo un natale senza più babbo natale in bici che ti urla dietro 'mico!, siamo abusivismo e sperpero, siamo ignoranza e omertà, incoscienza e religione, sporcizia e lamentele, lobby e prepotenza e fascismo latente e camorra sbandierata, acqua privatizzata e fogne "fai-da-te", cassonetti della raccolta differenziata il cui contenuto viene riversato negli stessi furgoni di raccolta e portato in discariche strapiene e indifferenziate, siamo gente che non ha scelto di pensare e che ha accettato l'idea che oliare un meccanismo per ottenere un favore è pratica necessaria e in qualche modo giustificabile, siamo un calderone senza cultura fatto di culture diverse nato nel fascismo e cresciuto nella camorra, siamo il culo proletario di latina e il dormitorio anonimo di roma, siamo un centro sociale che non nasce e non muore, soggiorni obbligatori e una clinica privata, cinema che diventano sale bingo che diventano locali abbandonati, siamo negozi che bruciano o "pizzi" da pagare, siamo omicidi, e sequestri, e festa del patrono, siamo marciapiedi bucati e i buchi sulla statua di un arcangelo che schiaccia il drago.

***

La notte fra il 17 e il 18 novembre, il terreno dove è previsto che sorga la centrale Turbogas è stato sgomberato con la forza da agenti in tenuta antisommossa. A presidiare quella notte c'erano tre persone, padri di famiglia, persone che mai si sarebbero aspettate di esser cacciate come dei temibili terroristi da uno schieramento di forze dell'ordine impressionante, da agenti armati che le hanno trattenute una notte intera in questura. 
Così, nel modo più arrogante possibile, sono cominciati i lavori per una centrale che già ora, già prima di esistere, si basa su una tecnologia obsoleta e su una materia prima, il metano, per la quale dipendiamo dall'estero e per la quale abbiamo già sperimentato una crisi di fornitura negli anni passati. Per dire che insomma, anche lasciando stare le considerazioni sulla salute e sull'ambiente, quella centrale non avrà mai alcun motivo di esistere se non di ordine mafioso, di convenienza politica ed economica di qualche piccolo stupido cieco gruppetto di persone.

sabato 1 novembre 2008

la monaca-pendola tra i fasti di roma


bolliti rimane il nostro segreto
come quando abbiamo ucciso quella monaca


quella monaca ancora penzola dal mio balcone

lo sa mezza città
che la monaca penzola dal mio balcone

lo sa mezza città

la monaca penzola dal mio balcone
la monaca-pendola tra i fasti di roma

l'associazione del silenzio con la monaca che ora penzola e il silenzio con lo sa mezza città. la città un po' vociante un po' muta. un po' come se fosse la suoretta di Puccini. ma no, è una monaca grassa di quelle che cadono dalle scale. e tu dici cosa è che fa bianco nero bianco nero, una monaca che cade dalle scale, rispondi. c'è una scala, c'è una soffitta. un baule. è tutto molto materno eh, siamo un utero in un utero. io ovviamente sono l'utero più grande, la soffitta. 
le monache si agitano sulla maternità, e le volute di stoffa, bianco nero. una cosa dinamica tipo scultura equina futurista, tra i fasti di roma, se ne vedono le scarpe però bianco nero bianco nero. si agita, e la monaca e le volute. 

tu sapevi che l'avrei fatto. ora c'è un po' di silenzio

giovedì 30 ottobre 2008

problemi di evacuazione
storia di un'impiegata


quando hanno attraversato il mio vagone, i quattro ragazzi cantavano "il bombarolo" di fabrizio de andré.
la signora davanti a me teneva il tempo col piede. la ragazza che chiudeva la fila batteva le mani, senza cantare, sorrideva e camminava a passo di polka.

il mio Pinocchio fragile
parente artigianale
di ordigni costruiti
su scala industriale
di me non farà mai
un cavaliere del lavoro...

alla stazione termini gruppetti di ragazzi attorno ai lenzuoli stesi a terra. gli passo di fianco, annuso e assorbo l'entusiasmo; mi esalto per loro, mi commuovo, quasi, ma vado dritta verso il lavoro. non sciopero. non manifesto.
mi chiedo perché accanto ai temi della salvaguardia della scuola, della ricerca e dell'università, non si manifesti anche contro un governo che si oppone a ogni iniziativa per ridurre le emissioni di co2, a ogni iniziativa, anche minima, che voglia frenare la dissoluzione del pianeta.
cultura ed ecologia sullo stesso piano, cose da deboli, cose per cui un governo forte non si piega, non spreca tempo, energie, soldi.

così pensava forte
un trentenne disperato
se non del tutto giusto
quasi niente sbagliato,
cercando il luogo idoneo
adatto al suo tritolo...

sono andata al lavoro.
ho pensato che la prepotenza, l'arroganza, la prevaricazione sono diventate dimostrazioni di forza. la furbizia è diventata una dote positiva e non una macchia dell'onore. è diventata "arguzia". eppure non lo è. è inganno.
ho pensato che idee mediocri vengono urlate per dimostrarne la portata. ho pensato che al limite, i più avveduti, denunciano la mediocrità dell'idea e non l'urlo in sé. eppure è il tono che dovrebbe indignarci.

intellettuali d'oggi
idioti di domani
ridatemi il cervello
che basta alle mie mani,
profeti molto acrobati
della rivoluzione
oggi farò da me
senza lezione

ho visto ragazzi che cantavano, ballavano, fumavano e si baciavano. che si chinavano a scrivere sui lenzuoli. su uno, il più grande: "problemi con l'evacuazione a scuola?". non ho letto la risposta, la ragazza, con una bomboletta spray in una mano ferma, ancora la stava scrivendo.
e io ho tirato dritto verso il lavoro.
di sicuro deve esser stata una risposta divertente.

31/10/08
Nitto Francesco Palma, tanto per calmare gli animi, dopo gli scontri a Piazza Navona, sostiene che i ragazzi di blocco studentesco sono stati COSTRETTI A DIFENDERSI, SPRANGHE ALLA MANO E CASCHI IN TESTA. 
qualcuno si ricorda, qualcuno, che questa è una repubblica antifascista? c'è qualcuno che se lo ricorda? c'è qualcuno che si indigna davanti delle organizzazioni di chiaro stampo fascista? come può un rappresentante delle istituzioni difendere un movimento che, oltre che ideologicamente scorretto, non è nemmeno LEGALE?

martedì 28 ottobre 2008

danza il languore del sole
sarebbe stato un titolo perfetto*


* solo ch'era già stato preso.

sabato 25 ottobre 2008

ribéry



...l'affanno è latente, tesoro
come il tempo che ondeggia in mezzo a noi
corrode le buffe difese che alziamo
l'affanno è potente, tesoro
è il tempo che non dominerai
trapassa le goffe pretese che abbiamo
vale come pietoso sollievo il silenzio che ti parlerà[?]
che tu solo lo sappia per vero: sono muto per difficoltà
te lo canto, il mio sollievo è il silenzio che ci parlerà

la gioia è una bolla, tesoro
ci gonfia di ebbra ingenuità
poi scoppia e si perde dovunque nel tempo
la gioia è una stella, tesoro
sempre tu la vagheggerai perse le forze nel tuo lamento
che tu solo lo sappia per vero: tutto qua...

sabato 18 ottobre 2008

la costipazione del pendolare

Ho deciso di distrarmi guardando dal finestrino. Fuori c'è una nuvola orrenda che sembra il nordamerica. Solo che la california è all'ingiù e a me dopo, dopo, all, mi veniva, dopo all, da scrivere, la california, all di nuovo, e così via. Adesso è un calamaro minaccioso, anno all, un calamaro minaccioso con l'occhio di sole. Un calamaro bizzarro, un calamaro beffardo, con l'occhio di sole fumoso e crudele. Sono a xxx e c'è un uomo che sta per scendere, con scarpe di pelle orribili e una camicia su di un ometto dentro una busta nera e mi guarda. La nordamerica calamaro occhi-di-sole-minacciosa. Vietato l'ingresso a tutte le persone non autorizzate recita un cartello. Sono a xxx e c'è una nuvola orrenda fuori, e non so se voglio scendere.

tratto da: "La messaggistica istantanea brucia il bambino"
L'antologia degli sms tristi, Bollati Boringhieri, 20010

questo post viene ospitato anche da boring machines disturb sleep su gentile concessione della bollati boringhieri. si ringrazia orgone5 per l'attenzione e l'interesse.

domenica 12 ottobre 2008

semplicemente



la solo un maiale :*:*:*:**:*:*:*cose tua e tanti vedi cattive :*:*:alla fine mi sono venute *:*:*:*:*: ma festa per asterischi per due non punti *:*:*:*:*:*
e,
te,
in mente

:**:

sabato 27 settembre 2008

così è

stamattina mi sono svegliata onesta. stamattina mi son svegliata e sono stata per un po' sul balcone. 
qui è necessario spiegare: la mia casa è piccola, un incastro di cubi attorno uno spazio un poco più ampio che è la "zona giorno", sta al terzo piano senza ascensore di un palazzo abbastanza vecchio da dimostrare tutta la sua età già dalla facciata. però, la mia casa ha un balcone, piccolo anch'esso, che dà sul lato della città dove questa non potrà continuare a crescere. proprio sotto casa mia c'è una scuola da un lato e un parco dall'altro, poi una striscia di terra incolta dove staziona ciò che di nomade passa da qui: carovane e circhi, per lo più, e purtroppo mai è scappato un leone. dietro il campo, c'è il cimitero. dietro ancora, i castelli romani, e dietro, e ancora, per me, l'est.
stamattina ho acceso il computer e ho trovato una mail che m'ha fatto un gran piacere leggere. nella mail, una persona di cui ho una grande stima mi dice che "rotative sta diventando sempre più criptico". no. no. scuoto la testa e penso che non è così. purtroppo.
purtroppo, penso, è solo silenzio. non ho scritto quasi più nulla, né sul blog né altrove, ogni tanto qui si affaccia qualcuno che porta con sé un piccolo regalo - visto che anche se rimane il mio pozzo nero autoreferenziale e noioso ci sono altre coraggiose persone che a volte lasciano le loro scie di bava (a proposito! REGALANSI CHIAVI: chiunque volesse avere l'accesso per pubblicare su questo blog non deve far altro che farne richiesta in qualunque sede ritenga opportuna) - e ciò che di criptico si può trovare sono forse i filamenti di un'idea, di un progetto?, che sta qui e che non è mia.
in ogni caso, quello che ho pensato sul balcone stamattina, mentre dal pentolino sul fuoco il latte bolliva e traboccava sul piano cottura facendo quel rumore che è una specie di sweeeesh, è stato: si ricomincia, qui e altrove. si ricomincia e stavolta sul serio, più o meno.

martedì 23 settembre 2008

1969




so messed up i want you here
in my room i want you here
now we're gonna be face to face
and i'll lay right down in my favorite place

now i wanna be your dog
now i wanna be your dog
now i wanna be your dog
come on

now i'm ready to close my eyes
now i'm ready to close my mind
now i'm ready to feel your hand
and lose my heart on the burnin' sand

now i wanna be your dog
now i wanna be your dog
now i wanna be your dog