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giovedì 1 gennaio 2009

galleggiare (no future)
versione provvisoria, sì, ma meno di prima

When there’s no future how can there be sin?

Ha le gambe penzoloni nell’acqua, il manico della tazzina stretto fra due dita, la busta con i risultati delle analisi, ancora chiusa, poggiata sulla pancia. Il telefono sul bordo della piscina, muto, il filo troncato a metà e ripiantato nell’erba. L’altro telefono, rimasto dentro casa, in soggiorno, squilla di nuovo a lungo, poi smette.

***

Lei dice non mi importa se mi credi o no, è la verità, poi tu credi pure a quello che ti pare. Quindi è sicuro che mente.
Forse avrebbe dovuto dirglielo in quel momento, invece di chiedergli di leggere. Invece che nascondere il viso e premere la fronte e il naso contro il suo braccio. Avrebbe dovuto spiegargli perché, dopo quella telefonata, da lui non voleva altro che continuasse a leggere e a muovere la mano.
La finestra sopra il lavello del mio cucinino è stata ripulita dal violento acquazzone di stanotte e ora è una mattina di sole, è ancora presto, e fuori c'è un casino di verde.
Quando aveva iniziato a piangere aveva dovuto dirgli di andare avanti. Lui le aveva chiesto di voltare la pagina e aveva ricominciato.

***

La tazzina le scivola dalla mano e affonda nell’acqua, sparisce quasi subito, andandosi a posare fra gli oggetti sotto di lei: piatti, bicchieri, due lampade in vetro e acciaio, un portariviste, il divano che solo pochi giorni prima aveva trascinato fuori, rotolato lungo il prato e poi gettato in piscina.

Aveva solo aspettato, da quando i suoi erano partiti e da quando aveva ricevuto la notizia, aspettato che arrivasse il tempo perché il test fosse affidabile. Nel frattempo aveva pensato all’inutilità di ogni sua azione se il risultato fosse stato positivo, la mancanza di valore di qualunque piccola attività quotidiana, anche andare a fare la spesa e spingere il carrello correggendone la direzione perché una delle ruote, più lenta, avrebbe tirato dalla sua parte.  

***

Svegliati, ti faccio vedere un posto, vieni con me.

Il torrente è poco dietro la casa, dieci minuti di cammino. Lui si toglie scarpe, pantaloni e maglia ed entra dentro, con calma ma senza voltarsi.
Rabbrividisce dentro la felpa, tira giù le maniche a coprire anche le mani abbracciandosi da sola. Lo guarda e aspetta che si volti verso di lei, che sorrida del suo starsene rannicchiata in sé, dicendole che quel freddo è la sensazione più bella che esista. Ha le gambe dentro l’acqua, piantate fra i ciottoli, salde in mezzo alla corrente che sembra volerlo tirare via, il braccio teso verso di lei. Dai, su, ti tengo io.
Mette i piedi dentro, il torrente è gelido, ma è vero: è la sensazione più bella esista. Sente nuovamente di avere un corpo come se finora avesse scordato l’esistenza delle sue braccia, delle sue gambe, della schiena, della pancia. Si schiaccia contro di lui, il calore che viene del petto, stretto fra i loro stomaci, e tutto intorno il gelo.

Lei allunga una mano verso i rami degli alberi che si piegano verso l’acqua.
A volte, durante le piene, il livello del Tevere supera in altezza gli alberi che crescono lungo gli argini, gli dice, e quando l’acqua scende di nuovo fra i rami rimangono buste di plastica e vecchi vestiti, lacci, fogli di carta, reti metalliche.
Lui guarda le montagne sopra di loro, poi la nuca di lei.
Reti metalliche?
Sì, come delle decorazioni di natale, e gli alberi sembrano in festa.
Delle reti metalliche?

Avrebbe voluto raccontargli la storia di una donna che si spogliava e gettava gli abiti dal ponte, una barbona nuda in pieno inverno, grassa e bellissima e indifferente al freddo, e della grazia leggera con cui i suoi stracci cadevano giù. Ma pensa alla madre di lui, a quando l'aveva trovata una mattina dentro la fontana della piazzetta vicino la scuola, a come era bella, con i capelli rossi bagnati e quei seni grandi che aveva guardato a lungo (lei ne aveva solo un accenno), al modo in cui l'aveva salutata all'inizio, riconoscendola solo dopo qualche minuto, quando si era convinta a uscire e lei l'aveva aiutata a rivestirsi. 
Esce dall’acqua troppo gelida, con le punte dei piedi ormai viola e le mani raggrinzite, e si stende sull’erba al sole chiudendo gli occhi, e poi, lo sente arrivare.
 
***

Sulla sua poltrona gonfiabile si lascia pungere dalle zanzare che volano a pelo d’acqua, nell’incavo del bracciolo, fatto per metterci un bicchiere da cocktail, c’è infilato il suo telefonino che ogni tanto squilla e al quale risponde sempre. O almeno quel tanto che basta a non far allarmare nessuno.
Di solito è sua madre, le sue telefonate non sono impegnative, deve solo rassicurarla sul fatto che non sta dando festini pieni di superalcolici che finiscono con gente che scopa o vomita in piscina, dietro i cespugli, nei bagni e dentro le camere. Ogni volta le ripete che la casa è vuota, che non c’è nessuno, sottolineando vuota e nessuno, senza che mai sua madre la corregga. Infastidita, ammette che è troppo sottile la differenza fra il suo esserci o no perché sua madre se ne possa accorgere anche se fosse lì davanti, in piedi sul prato, e non in Giappone.

Nei primi giorni era stata chiusa in camera e aveva fatto ricerche continue, calcolato le probabilità: avevano scopato tre volte, sempre senza preservativo; partiva dall’incidenza media, il 19% di contagio da uomo a donna, e divideva o moltiplicava in base al numero dei rapporti, a quanto e cosa avevano fatto.
Poi i suoi erano partiti e la piscina con l’acqua verde, stantia, malata, immobile, covo di insetti che brulicavano in superficie proprio come un morbo, le era sembrata il posto perfetto per attendere: per non pensare, galleggiare e attendere.

Sgambetta nell’acqua rompendo in piccole scaglie il velo denso che si forma in superficie mentre sua madre le chiede se ha chiamato la ditta per la pulizia della piscina, se hanno cambiato l’acqua, se i filtri sono ripartiti. Sì, la piscina è piena e casa è vuota. Il che è tutto vero: la sua stessa presenza lì non ha alcun valore, visto che si è ridotta a figura inerte a mollo quasi tutto il giorno nell’acqua che nessuno ha più cambiato dall’estate precedente; e la casa è davvero vuota, saccheggiata di quasi tutti i mobili – almeno di quelli che riusciva a spostare da sola, la cucina, la libreria a parete e gli armadi più grandi sono ancora ai loro posti - che uno alla volta sono stati gettati nella piscina. Ultimo lo stereo, dopo aver provato tutti i dischi in vinile e tutti i cd sparsi nel soggiorno e nella sua camera senza trovarne uno che si avvicinasse alla musica che voleva ascoltare.

***

Le dice di versare un po’ di vino nella carne sul fuoco. Lei ne mette anche un bicchiere per sé e uno per lui, svuotando quello che rimaneva dell’ultima bottiglia. Con il bicchiere in una mano, allunga l'altra, prende il pacchetto e s’accende una sigaretta; si avvicina alla finestra, apre i vetri per far uscire il fumo fuori: piove e qualche goccia le va sul braccio poggiato sul davanzale, sulle dita, sulla carta bianca che racchiude il tabacco.

Dovresti smettere, sai? Non ci posso credere che la gente continui a fumare.

Smettere? Per la mia salute? Dici che fumare mi fa male?

So dove vuoi andare a parare: troppo scontato, e in ogni caso sì, fa male.

Se mi dici che m’uccideranno prima della fine del mondo, se mi dici che me la risparmieranno allora me ne accendo subito un’altra.

Ah, e non ti sentiresti responsabile né di un tuo tumore ai polmoni né della fine del mondo?

E sentiamo, cosa dovrei fare? Cosa? Eh? Se smetto di fumare, se faccio una vita salutare, da salutista, come fai tu, se mi chiudo in un eremo a coltivare il mio orticello, se compro vestiti che sembrano sacchi di iuta, fatti da qualche contadino fattone, allora sarò nel giusto?

Non lo so, io penso di essere nel giusto.

Per un orticello?

Non è un orticello e basta, è un progetto e funziona. 

Progetto? È un'utopia.

La trascina fuori, le tira un braccio giù, fino a farle affondare le mani nella terra. Questo è reale. Questo è avere un progetto per il futuro, le dice. 

Il futuro è un'utopia. E qui piove, torniamo dentro.

Smettila. Resta qui.

Restaci tu in mezzo al fango, io torno dentro.

Vieni a vivere qui.

Ma quando? Ora? Per sempre?

Venerdì vai a casa, poi ti organizzi e torni, per restare. Non è mica assurdo: non potresti lavorare da qui?
(Tu non morirai vero?)

Perché? Perché pensi che voglio essere salvata da qualcosa?

Io non sono capace di salvare nessuno. Vorrei solo che restassi qui.
(Guarirai?)

Ci penserò.

Seriamente?
(Mamma, me lo prometti?)

Sì.

Non so se crederti.

***

Era capitato, come capitava spesso, che lei fosse una delle persone che verso metà della festa scopavano in piscina o vomitavano nel giardino. Poi, lui l'aveva chiamata, passi da me?, e lei era andata. Ma non poteva sapere, ancora. 
Ora invece sapeva: che non ne sarebbe morta (forse non sarebbe nemmeno diventata una malata, che il destino del mondo probabilmente sarebbe stato più veloce a chiudere i conti di quanto potesse mai esserlo la malattia), di non provare niente per sé (preoccupazione paura speranza), che se la percentuale media di contagio per via sessuale da uomo a donna è del 19%, quella da donna a uomo scende al 2,4% ma che non c'era modo di calcolare quanto rischiasse lui, e che piccola o grande quella probabilità era l'unica spina a infastidirla, l'unica eventualità per cui sentirsi responsabile. 

Forse avrebbe dovuto avvisarlo, forse avrebbe dovuto chiamarlo, o rispondere alle sue chiamate, per consigliare anche a lui di fare il test, ma non l'aveva fatto.
Forse avrebbe dovuto dirglielo subito, appena ricevuta la chiamata. Appena ripescato il cellulare dalla vaschetta del lavello piena di acqua saponata, subito dopo averlo individuato fra i piatti e le posate che avevano sporcato a cena. Le era sembrato uno di quei pesci mostruosi degli abissi per via della lucina che continuava a lampeggiare, e nell'afferrarlo e sciacquarlo sotto l'acqua corrente aveva avuto paura che mostrasse la sua vera natura, che le mordesse una mano o la paralizzasse. Poi l'aveva asciugato, spento e riacceso ed era tornato a essere un cellulare, il suo, che squillava, che le permetteva di ascoltare una persona, che le avrebbe anche permesso di accusare quella persona, di chiederle se ancora si sentiva nel giusto, se ancora considerava valido e reale il suo progetto per il futuro. Non aveva però risposto niente, aveva solo spento nuovamente il cellulare ed era tornata a sedersi sul divano, lasciando che la sua mano le alzasse la gonna, chiedendogli di non fare altro che leggere e continuare a muovere le dita.

Apre la busta, legge l’esito, poi lascia cadere il foglio in acqua. Non sa dire se la risposta è quella che prevedeva. Dovrebbe essere felice, dovrebbe forse scattare su dalla poltrona gonfiabile, uscire dalla piscina, farsi una vera doccia, provare a ricominciare, invece rimane immobile. Con un piede si spinge verso il centro della piscina, guarda disgustata l’acqua intorno a sé e pensa che quel peso la porterà giù, fra gli oggetti sul fondo e che, come per questi, anche di lei si intuirà solo la sagoma indefinita, senza speranze e senza giustificazioni, senza scuse per l’incapacità di tornare a galla.

lunedì 24 novembre 2008

il romanzo nel cassetto

martedì 11 novembre 2008

ci metto troppi vecchi nei racconti

In due momenti della giornata sento che la mia sociopatia sale al limite: quando si alzano le serrande al mattino e trovo fuori sull’asfalto umido, ad attendere l’apertura del negozio, un gruppetto di agguerriti armati del volantino con le ultime promozioni pronti a rovistarmi anche nello stomaco pur di trovare l’offerta del mese, e poi questo, la sera, quando al ritorno verso casa scendo dalla metro e devo sentirmi spingere ripetutamente, in piccoli colpetti che arrivano ovunque: ai fianchi, sulle spalle, sul culo, sulle braccia che non posso più muovere e mi sento costretto, colpetti di ginocchia contro le mie, di ginocchia, non ho autonomia di movimento devo solo farmi trasportare dalla marea fino alla scala mobile. Mi manca il respiro e penso che vorrei camminare coi gomiti protesi verso l’esterno a puntellare la massa di corpi, a tenerla lontana che almeno possa respirare un po'.
Sulla scala mi sposto automaticamente sulla destra, che rimanga spazio sulla sinistra per chi ha fretta, che tanto poi anche se me ne sto scostato di lato mi sbatteranno contro le loro borse piene di oggetti appuntiti e le loro buste della spesa, schifosamente umide per via dei surgelati, dei cadaveri di animali spellati e so un cavolo io cos’altro ci tengono nascosto dentro.
Forse dovrei superare il vecchio che mi sta davanti, barcollante, che rischio pure mi caschi addosso da un momento all’altro. Lo guardo, i tendini dietro il collo tesi e sporgenti con una fossa nel centro che pare possa risucchiargli anche la testa prima di stanotte. Ha le maniche del maglione tirate su al gomito come se fosse appena tornato da una giornata di lavoro nei campi, gli guardo l’avambraccio e la mano poggiata sul nastro di gomma del corrimano scorrevole. Mio nonno che torna da una giornata di lavoro nei campi, le maniche della camicia arrotolate e il braccio forte coi muscoli tesi che regge la vanga leggermente scostata dal corpo. Io gli corro incontro e ai piedi ho degli stivaletti di gomma rossi con superman stampato sui due lati esterni, col braccio teso che punta il cielo, o il mio fianco.
Il maglione del vecchio puzza di armadio chiuso e di cucina a base di dado da brodo. Dovrei superarlo ma rimango fermo lì, lo annuso ancora un po’ e gli guardo di nuovo le braccia, la pelle. È molto più vecchio di mio nonno, è vecchio quanto mio nonno non potrà più diventare. Non ha la stessa rassicurante solidità. Se lo superassi ora e lo guardassi in faccia anche quegli ultimi piccoli pezzetti di paragone cadrebbero sulla scala mobile e verrebbero presto arrotolati sotto, trinciati dal meccanismo. Una volta ho visto una donna coi pantaloni impigliati nel punto dove il nastro metallico rientra disciplinato da un pettine di metallo: la scala mobile sembrava un mostro e le ha strappato i pantaloni. Però dovrei superarlo perché i vecchi una volta arrivati in cima cominciano a fare quei passettini inutili e rimangono fermi sempre allo stesso punto mentre la scala continua a riversargli addosso gente che spinge e non trova sfogo. Non è consigliabile rimanere qui dietro. Eppure mi accosto solo un po’ a sfiorargli la mano con la pelle ruvida in superficie e molle nella consistenza, come se fosse staccata dal resto del corpo. Il vecchio, naturalmente, non se ne accorge.
Attaccato dietro il maglione ha una foglia di cardo, secca, chissà da dove viene e da quanto tempo sta lì. Gli ultimi gradini si appiattiscono per infilarsi sotto gli ingranaggi, come prevedevo il vecchietto comincia a muovere i piedi rimanendo fermo sul posto. Mi avvicino di più, vorrei aiutarlo o vorrei solo toccarlo, senza che si giri. Poi la sento, la voce di qualcuno da dietro che dice “permesso!” imperativa, una ragazza dai jeans a vita bassa e con dei finti piccoli cristalli posizionati sul sedere a comporre la parola JEANS, cos'altro poi. Non ho tempo di scrivermi in fronte ALLIBITO perché la ragazza mi sbilancia, il vecchio è ancora fermo e io mi appoggio a lui, sento l’odore della brillantina Linetti e di cuoio capelluto, caracollo, lui si sposta poco e io sto per cadergli addosso, lo schivo e riesco, finalmente ma malvolentieri, a superarlo; cerco di tenermi alla colonna quadrata di marmo ma sono quasi carponi ormai e sbatto l’avambraccio contro lo spigolo. Il vecchio barcolla, già lo faceva prima, da fermo, ma ora mi guarda torvo come se fosse colpa mia e alza il bastone verso di me: mi vedo sotto il naso il cerchio nero del gommino che sta sulla punta a proteggere il legno.
Una signora si ferma, insieme a lei altre persone, mi guardano accusatorie. Chiedono al vecchio se si sente bene se è tutto a posto. Guardano i miei occhi arrossati e lucidi, devono pensare che sono fatto di chissà cosa. Io mi tengo il braccio, accarezzo le ossa, ulna, radio, ulna, esaspero l’espressione di sofferenza, mi sono fatto male sono una vittima. Loro non sono interessati al mio dolore, chiedono al vecchio se ha tutto, se gli manca niente dalle tasche, mi circondano e io mi arrendo.

martedì 29 aprile 2008

si potrebbe anche fare così

Bussai, tre colpi leggeri, e in breve venne ad aprire la porta. Entrando le porsi l'uccellino di cristallo. Lei lo rigirò fra le mani osservandolo attentamente.
"È incredibile, è ancora intero? non si è nemmeno scheggiato!"
"Sì, è scivolato sugli ombrelloni e mi è caduto sulla pancia proprio due minuti fa, mentre facevo colazione".
Mi affacciai dal balcone e indicai il punto, di sotto, dove c'erano i tavoli esterni del bar. Poi mi voltai verso la donna che era rimasta all'interno.
"Cos'è, vi preparate a migrare?".
La donna alzò solo un poco le spalle, senza rispondere. Uscì anche lei e accarezzò piano con l'indice della mano libera, nell'altra stringeva ancora la statuina di cristallo, la testolina del pappagallino.
Mi avvicinai interessato all'unico animaletto in carne e ossa posato sulla ringhiera del balcone, tenendo le braccia incrociate dietro la schiena le chiesi se non aveva paura che l'uccellino potesse scappare via.
Quella mattina, ero vestito in modo estremamente elegante, quasi retrò. Giacca e pantaloni di taglio perfetto in gessato grigio scuro, camicia bianca e cravatta rossa, bastone con il pomo argentato che al mio ingresso aveva brillato nell'atrio così come le quattro lamette che portavo nel taschino della giacca aperte a ventaglio come un rigido fazzoletto.
"Non ci ho mai pensato, a dire il vero, che potrebbe essere lui a lasciare me".
"Vedendoti ogni giorno pronta a partire, si convincerà anche lui che è arrivato il momento di considerare altre sistemazioni per l’inverno".
La donna mi ringraziò per la gentilezza e mi accompagnò alla porta. Prima di uscire, fermo sull'uscio, le dissi che il bar stava per chiudere. La moglie del barista aveva armeggiato con il forno con cui ogni mattina cocevano i cornetti, parlava da anni di voler mettere la testa dentro e aprire il gas per vedere cosa sarebbe successo e quanto tempo le sarebbe occorso per scoprire la verità.
Proprio mentre cadeva l'uccellino di cristallo, la donna aprì lo sportello, girò la manopola alla temperatura intermedia e infilò dentro la testa appoggiando la guancia sul piatto interno.
Le spiegai diligentemente le reazioni del barista alla vista della moglie con il microonde per cappello, che bestemmiò un pochino maledicendo quella donna distratta che non si era nemmeno accorta della sostituzione del forno a gas.
Quindi la salutai mostrandole i polsi e girai sui tacchi con la leggerezza di un ballerino.
Così è iniziata la giornata che voglio raccontarvi. Così è iniziata la giornata in cui lei cambiò idea. E io ve ne farò un resoconto dettagliato, mettendo insieme quello che ho visto con i miei occhi e udito con le mie orecchie e quello che immagino di tutti loro, perché ormai conosco questa città, e la sua gente, fin troppo bene. Ma sia chiaro, anche quando saranno mie inferenze, mi limiterò ai fatti, a ciò che immagino sia accaduto quel giorno, a ciò che immagino si siano detti fra loro quel giorno, e mai cercherò di spiegarvi le motivazioni e gli stati d'animo, lascerò, per quello che la mia prosa permetterà, che certe conclusioni nascano nella vostra testa.

domenica 20 aprile 2008

piccole, piccole limature e qualche aggiunta random

alcune modifiche le segnalo in nero, le restanti le trovi chi ha pazienza


Sentì bussare così scese dalla ringhiera e andò ad aprire la porta.
Il vecchio entrò e le porse un uccellino di cristallo. Lei lo rigirò fra le mani osservandolo attentamente.
"È incredibile, è ancora intero? non si è nemmeno scheggiato!"
"Sì, è scivolato sugli ombrelloni del bar e mi è caduto sulla pancia proprio due minuti fa, mentre facevo colazione".
Si affacciò sul balcone e indicò il punto, di sotto, dove c'erano i tavoli esterni del bar. Poi si voltò verso la donna che era rimasta all'interno.
"Cos'è, vi preparate a migrare?".
La donna alzò solo un poco le spalle, senza rispondere. Uscì anche lei e accarezzò piano con l'indice della mano libera, nell'altra stringeva ancora la statuina di cristallo, la testolina del pappagallino.
L'uomo si avvicinò interessato all'unico animaletto in carne e ossa posato sulla ringhiera del balcone, tenendo le braccia incrociate dietro la schiena le chiese se non aveva paura che l'uccellino potesse scappare via.
Era vestito in modo estremamente elegante, quasi retrò. Giacca e pantaloni di taglio perfetto in gessato grigio scuro, camicia bianca e cravatta rossa, bastone con il pomo argentato che al suo ingresso aveva brillato nell'atrio così come le quattro lamette che portava nel taschino della giacca aperte a ventaglio come un rigido fazzoletto.
"Non ci ho mai pensato, a dire il vero, che potrebbe essere lui a lasciare me".
"Vedendoti ogni giorno pronta a partire, si convincerà anche lui che è arrivato il momento di considerare altre sistemazioni per l’inverno".
La donna lo ringraziò per la gentilezza e lo accompagnò alla porta. Prima di uscire, fermo sull'uscio, lui le disse che il bar stava per chiudere. La moglie del barista aveva armeggiato con il forno con cui ogni mattina cocevano i cornetti, parlava da anni di voler mettere la testa dentro e aprire il gas per vedere cosa sarebbe successo e quanto tempo le sarebbe occorso per scoprire la verità.
Proprio mentre cadeva l'uccellino di cristallo, la donna aprì lo sportello, girò la manopola alla temperatura intermedia e infilò dentro la testa appoggiando la guancia sul piatto interno.
Il vecchio le spiegò diligentemente le reazioni del barista alla vista della moglie con il microonde per cappello, che bestemmiò un pochino maledicendo quella donna distratta che non si era nemmeno accorta della sostituzione del forno a gas.
Il vecchio quindi la salutò mostrandole i polsi e girò sui tacchi con la leggerezza di un ballerino.
La donna uscì fuori sul balcone e posò nuovamente l'uccellino di cristallo sulla ringhiera, poi vi salì anche lei.

Cercava di fissare l'orizzonte e di non abbassare gli occhi verso il vuoto, ma si sentì chiamare così piegò in giù la testa e guardò la strada. Una ragazza agitava un braccio verso di lei, in mano aveva una piccola rondine di legno. Allora si voltò e controllò la fila alla sua destra: l’uccellino di cristallo, quello di porcellana, quello di terracotta e il pappagallino. In effetti, l'uccellino di balsa mancava all'appello.
Fece cenno alla ragazza di salire su, poco dopo era davanti la sua porta.
"Ho sentito qualcosa che mi cadeva in testa, fortuna che è leggera e che avevo il cappello..."
La ragazza si sedette a tavola senza aspettare un invito e guardò la caffettiera. La donna sospirò leggermente e poi cominciò a preparare il caffè, era in debito, quella ragazza con un sombrero enorme in testa aveva salvato la sua rondine.
"Ero uscita per un caffè ma al bar sta succedendo di tutto"
"Beh, lo prenderai qui, credo anche che il mio sia migliore..."
La ragazza giocherellava con le sue collane colorate facendo scorrere il dito lungo la fila di pastiglie e capsule, sbadigliò, chiese scusa, allungò le mani verso la tazzina e disse che ne aveva proprio un gran bisogno e bevendo le raccontò cos'altro era successo al bar.
Il barista passò un braccio attorno la vita della moglie tirandola via dal microonde spento e sulle prime con molta calma cominciò a spiegarle il funzionamento basilare degli elettrodomestici che avevano lì dentro. Ma arrivata a lo spurgo della macchina del caffè con sale grosso e limone le spalle della donna scesero di un poco e lei cominciò a osservare ciclicamente i quattro angoli del soffitto.
Il barista non demorse, aprì il cassetto dove teneva le garanzie e i libretti delle istruzioni, tirò fuori tutto e porse questi ultimi alla moglie, scoprendo così la pistola che teneva sul fondo.
Le chiese di leggere ad alta voce e mentre lei cantilenava le raccomandazioni dei produttori lui teneva il ritmo lento battendo l’indice sulla canna fredda. La nenia della moglie era continuata con un tono sempre più stridulo, fino a che la donna non esplose in un urletto breve e fastidioso, un soprano strozzato che buttò a terra il libretto dicendo che non avrebbe impiegato il suo tempo e la sua attenzione per capire la meccanica di alcun pezzo di ferro dentro quel bar finché lui non avesse impiegato tempo e attenzione per capire sua moglie, non l’avesse ripresa con sé allontanandola da tutti i suoi amanti.
Forse proprio la parola amanti aveva fatto ridestare il barista dal suo ipnotico battere sulla pistola ma la ragazza non ne era sicura perché non ascoltava in quel momento né guardava i visi dei due, era concentrata sulla mano sinistra dell’uomo, con la quale lui prese l’arma, la puntò alla tempia e fece fuoco sporcandosi metà faccia con la polvere da sparo bruciata e mandando il proiettile a rimbalzare contro la pesante cappa sopra la friggitrice.
Sulla soglia del bar, la ragazza non era riuscita a vedere poi che direzione avesse preso il proiettile schizzato fuori dalla vetrina laterale, perché in quel momento si sentì colpire in testa da qualcosa e tastando sul cappello, senza toglierselo, trovò la rondine.
La donna, alla fine del racconto, tolse la tazzina vuota dal tavolo e rimase a fissare la ragazza finché questa non disse che per lei era arrivato il momento di andare via.
Prima però le raccomandò di legare gli oggettini con dei fili leggeri in modo che non cadessero nuovamente. Oppure di applicarci sotto delle piccole calamite.
“E il pappagallino? Non posso legarlo. E io? Dovrei allora legare anche i miei piedi? Dici delle sciocchezze, ora è veramente il caso che tu vada via, torna giù a indagare nei fatti degli altri”.
“Ma sono talmente distratta da non capire mai cosa accade veramente...”.
La donna stava in silenzio, ferma, la fronte un poco arrossata.
“...volevo solo evitare che qualche uccellino possa cadere di nuovo, stavolta rompendosi”.

“Hai ragione, sei distratta, forse sei solo stanca. Guarda fuori, guarda laggiù”, disse indicando il panorama oltre la ringhiera, il sole, le rondini pronte a partire appollaiate sui fili elettrici, “ti pare che qualcuno o qualcosa possa davvero farsi male? La mia scelta sarà la migliore. Sarà la
mia scelta ma sarà la migliore per tutti”.
Le carezzò la testa e aggiunse “la migliore anche per te. E quando l’avrò presa, dovrò essere pronta a partire, dovrò essere libera da legami e calamite”.

La ragazza alzandosi ringraziò nuovamente "avevi ragione, il tuo caffè è migliore di quello del bar".
La donna sorrise, la salutò e ricambiò i complimenti per il suo caffè con degli altri, sinceri, per le collane negli sgargianti colori dei barbiturici.


Nel risalire sulla ringhiera fece attenzione, questa volta, a non far cadere niente, rendendosi conto per la prima volta della distanza dell’asfalto sotto di lei. Nessuno si sarebbe fatto male, aveva detto, migliore per tutti, aveva aggiunto, come se potesse esistere una scelta migliore, solo per mandare via la ragazza, per farla uscire da casa prima che si addormentasse sul suo balcone o sulla sedia della cucina con la faccia sul tavolo.
La fila di uccellini, al completo, stava in bilico sul bordo arrotondato di ferro. Come lei, ognuno fissava dritto davanti a sé. Una volta in piedi osservò attentamente la forma del quartiere e poi più in là l'inizio della periferia. Finalmente riuscì a capire la morfologia della sua città, l’idea che la faceva espandere, finalmente vide la prima linea di fuga, che partiva da sotto casa sua, dalla fermata del treno, e proseguiva lungo i binari verso sud-est. È stato per vedere verso cosa portasse che si sporse un poco di più e fece cadere l'uccello di terracotta.
Chiuse gli occhi per non vedere la triste fine dell'oggetto, quando li riaprì, il ragazzo vestito col sacco di iuta la salutava dal marciapiede. Sottobraccio un cesto pieno di teste d'aglio.
Una volta di sopra, frugò nel cesto smovendo le teste in cerca di un pensiero per la donna. Non trovando di meglio, posò sul tavolo prima un mozzicone di candela poi il pettirosso di terracotta.
Raccontò alla donna di avere un fratello giù, legato ai binari, un fratello più basso di lui, con mani più delicate e piedi più piccoli. Mentre l'uccellino cadeva e il treno arrivava, suo fratello gli stava cantando una canzone sulle navi e sul mare. Al ritornello, inventato sul momento visto che non aveva affatto memoria per i testi, un proiettile vagante tranciò i fili elettrici della linea bloccando la locomotiva qualche metro più su, dove un anziano ed elegante signore rimasto in mezzo la strada elogiava l'essenzialità di una buona mira e della mano ferma in certi casi.
Il ragazzo parlava, in piedi vicino il tavolo, vestito col suo sacco che gli lasciava in mostra le braccia forti e che era tenuto su da una lunga fune che lui non teneva solo legata in vita ma che gli si arrotolava lungo tutto il torace.
Le disse che quello era il suo unico fratello e che tutti erano convinti che fosse più grande di lui di quasi due anni ma nessuno glielo aveva mai in qualche modo dimostrato. Poi si fermò, lei non gli aveva rivolto nessuna domanda, non aveva chiesto spiegazioni riguardo la sua storia, non sembrava affatto interessata a quel fratello eccezionale di cui le stava parlando.
Così le disse che la osservavano, insieme lui e suo fratello, ogni giorno in piedi sulla sua ringhiera. All'inizio solo per guardarle sotto la vestaglia, poi incuriositi dal suo scrutare, cercavano di seguire con i loro sguardi il suo, ma sembrava sempre che avessero la vista troppo corta, c'erano poi tutti quei palazzi a interrompere la visuale, l'impossibilità di avere una prospettiva orizzontale senza stare in alto come lei, a terra era uno scontrarsi continuo contro infiniti piani verticali.
"Cosa fai lì sopra?"
"Non faccio niente, lì sopra. Dici di guardarmi ogni giorno, mi chiedo cosa guardi allora, cosa guardi? Se mi guardassi per davvero ti saresti accorto che non faccio nulla".
La donna prese le gerbere rosse dal vaso al centro del tavolo, tagliò via i gambi più lunghi e prese ad appuntarle lungo i giri della fune.
Lo prese per una mano e lo condusse fuori.
“Ecco cosa vedo”, gli disse.
Guardò di sotto e vide il fratello rialzarsi dai binari e togliersi di dosso la polvere. Anche lui vestito con un sacco di iuta, se lo tolse piano rimanendo nudo a camminare in equilibrio sulle traversine dei binari. La donna gli mise una mano sotto il mento e gli alzò il viso “no, devi guardare più in là”.
Finalmente allungò lo sguardo verso l’orizzonte, verso ciò che immaginava lei guardasse ogni giorno.
“Da qui puoi vedere fino alla fine, puoi vedere ogni strada che porta via, da qui si vede l’orizzonte!”, le disse.
Lei sorrise del suo modo di stringere gli occhi per vedere più lontano, contro la luce del sole, e dei suoi lineamenti armoniosi, sorrise per il sacco con cui era vestito e delle belle braccia e belle gambe che rimanevano scoperte, sorrise della sua ingenuità e della sua bellezza, del modo in cui si era lasciato agghindare di fiori senza protestare e del modo in cui, anche così conciato, fosse sensuale.
“L’orizzonte è solo un posto come questo, di cui non vediamo i difetti. L’orizzonte non esiste, è solo una linea piatta prodotto di una capacità visiva limitata”.
Il ragazzo era rimasto in silenzio e quello che lei aveva appena detto non significava niente, per rimediare, omaggiò l’ingenuità di lui, “Bisognerebbe saper volare”, gli disse. Ma non bastò e avendolo lasciato senza altro da dire né qualcosa da offrirle oltre le sue teste d'aglio, il ragazzo uscì poco dopo, elogiando il design e la solidità del lampadario che pendeva dal soffitto.
Rimasta nuovamente sola, guardò i suoi uccelli e soffiò fra le piume del pappagallino. Una volta in piedi sulla ringhiera, ancora, ricominciò a guardare oltre il fiume scavalcando con gli occhi, e il pensiero, le piccole cose che accadevano sotto di lei. Tre ponti portavano dall’altra parte, quello centrale, il più grande, era allineato al suo palazzo, a quello di fronte e agli altri tre che seguivano, per raggiungerlo quindi si poteva prendere indifferentemente una della due strade che correvano ai lati della fila di costruzioni. Non possedeva macchina, bici o altri mezzi e il treno era ancora fermo, per andare via aveva solo i suoi piedi, se li guardò: erano nudi, leggermente curvati ad abbracciare con la pianta il ferro su cui era arrampicata. Erano piedi aggraziati ma forti, dopo aver scelto la sua strada avrebbe dovuto trovare delle solide scarpe che le stessero a pennelllo. Scarpe perfette per camminare.

La signora del palazzo di fronte entrò con un vassoio di fettuccine fresche, l'usignolo di porcellana bianca posato al centro. L'aveva visto cadere mentre attraversava la strada per portarle la pasta - a casa sua una televisione muta e un marito che non ne voleva sapere di uscire dalla vasca da bagno le avevano suggerito l'idea di pranzare da lei - poi l'uccello era atterrato soffice e indenne fra i nidi di fettuccine.
La donna guardò quella signora paffuta, guardò la pasta che ancora le stava porgendo, prese una pentola e con indolenza la riempì d'acqua e la mise sul fuoco, precisando prima di non avere fame.
La vicina aveva assistito dalla finestra all'incidente sulla linea del treno e sapeva che l'elettricità era stata tolta in tutta la zona per i lavori di ripristino, così non si era preoccupata mai nemmeno quando aveva sentito il marito urlare, aveva pensato piuttosto che fosse l'improvviso entusiasmo dovuto al ritrovare qualche utilità in un phon dopo anni di calvizie.
Si lisciò con le mani il grembiule infarinato, la tasca centrale gonfia di sassi, la trama della stoffa tirata sotto il peso delle pietre.
Mentre la pasta coceva e i vetri della finestra si appannavano per il vapore, la vicina continuava a guardare fuori, prima verso la sua casa, che stava proprio di fronte a lei, poi verso il confine della città e il fiume grigio che lo segnava.
“Sai? Credo anch’io che tornerà”
“Anche lei? E chi altro lo crederebbe?”
“Beh, cara, ti vedo sempre qui fuori ad aspettare” le disse la vicina indicando al di là del vetro.
“Lei non ha visto la sua telenovela oggi e se ne sta inventando una tutta da sé, ed è lodevole questo, è segno di creatività. Ma la prego di non mettermi fra i suoi personaggi. Nella vita reale le persone non tornano solo per esigenze di copione, nella vita reale le persone spariscono senza creare grossi colpi di scena. Io non aspetto nessuno, non aspetto lui. Io da lassù studio e valuto”.
Di nuovo, quello che aveva detto le sembrava senza senso ma non aggiunse nulla stavolta, scolò la pasta e impose il silenzio del pranzo.

Appena la vicina fu fuori la porta, tornò al suo posto, sul balcone, senza sparecchiare la tavola. La vide dopo qualche minuto dietro i vetri delle finestre, a casa sua, dall’altro lato della strada, una sagoma affaccendata e delusa. La vide nel bagno, anche se i vetri erano smerigliati e la figura della vicina era spezzettata e ricomposta in piccoli triangoli, mentre si avvicinava alla vasca a aiutava il marito ad uscire dall’acqua. Vide la figura di lui alzarsi in piedi e diventare più alta di quella di lei, vide il rettangolo dell’asciugamano allargarsi e poi appoggiarsi ed essere assorbito dalla forma dell’uomo.
Poi allontanò lo sguardo, le strade erano sempre le stesse e ormai le conosceva perfettamente.
Eppure non aveva guardato quando lui era andato via, così ora fra quelle strade non sapeva da quale sarebbe potuto tornare, nel caso avesse mai voluto riprendersi i suoi uccelli. Ognuna di esse aveva una geometria che la rendeva affascinante, ma a quell’ora, ogni sera, la via che correva verso sud-ovest e accoglieva il sole fra le file di alberi ai suoi lati, era più che illuminata, era scintillante. Anche se poteva vederne solo una parte, anche se dall’alto ne aveva una visione sicuramente diversa da quella che avrebbe avuto camminando, anche se il punto di fuga che si vedeva alla sua fine era solo un punto e non un posto, l’idea di poter arrivare lì, e di viverci, di vivere in un punto, sembrava possibile.
Forse il pappagallino intuì i suoi pensieri, o forse quel punto interessava anche lui, abbassò un poco la coda e poi si lanciò nel vuoto.
Era la prima volta che lei gli vedeva aprire le ali colorate. Era molto bello, niente a che vedere con gli altri uccellini, spenti, seppur eleganti.
L’uccellino continuò a guardare il punto, ma sceso all’altezza del secondo piano questo scomparve alla sua vista.
Interdetto e spaesato, richiuse le ali.
E piombò a terra.
La ragazza dormiva sul prato col sombrero calato sugli occhi, il vecchio le passeggiava attorno disegnando sull’erba strane figure col suo bastone, il ragazzo stava rivestendo il fratello sotto gli occhi e la fame della moglie del barista. Nessuno si accorse dell’uccellino che moriva sull’asfalto e nessuno si accorse della pioggia di oggetti che piombavano dal balcone: la donna buttò di sotto, infuriata, tutte le statuine guardandole andare in frantumi una a una.
Poi si chiuse la porta alle spalle, lasciando sul tavolo un mazzo di chiavi che non le sarebbe più servito, e scese giù, per la prima volta da anni.
Si accovacciò vicino il pappagallino, lo raccolse.
Ancora scalza, chiese al vecchio di prestarle le scarpe, lui acconsentì, le stavano un po’ grandi ma strinse forte i lacci e si avviò lungo la prima strada che si trovò davanti.

sabato 23 febbraio 2008

prima versione con finale,
prima conversione sul finale

Sentì bussare così scese dalla ringhiera e andò ad aprire la porta.
Il vecchio entrò e le porse un uccellino di cristallo. Lei lo rigirò fra le mani osservandolo attentamente.
"È incredibile, è ancora intero? non si è nemmeno scheggiato!"
"Sì, è scivolato sugli ombrelloni del bar e mi è caduto sulla pancia proprio due minuti fa, mentre facevo colazione".
Si affacciò sul balcone e indicò il punto, di sotto, dove c'erano i tavoli esterni del bar. Poi si voltò verso la donna che era rimasta all'interno.
"Cos'è, vi preparate a migrare?".
La donna alzò solo un poco le spalle, senza rispondere. Uscì anche lei e accarezzò piano con l'indice della mano libera, nell'altra stringeva ancora la statuina di cristallo, la testolina del pappagallino.
L'uomo si avvicinò interessato all'unico animaletto in carne e ossa posato sulla ringhiera del balcone, tenendo le braccia incrociate dietro la schiena le chiese se non aveva paura che l'uccellino potesse scappare via.
Era vestito in modo estremamente elegante, quasi retrò. Giacca e pantaloni di taglio perfetto in gessato grigio scuro, camicia bianca e cravatta rossa, bastone con il pomo argentato che al suo ingresso aveva brillato nell'atrio così come le quattro lamette che portava nel taschino della giacca aperte a ventaglio come un rigido fazzoletto.
"Non ci ho mai pensato, a dire il vero, che potrebbe essere lui a lasciare me".
“Vedendoti ogni giorno pronta a partire, si convincerà anche lui che è arrivato il momento di considerare altre sistemazioni per l’inverno”.
La donna lo ringraziò per la gentilezza e lo accompagnò alla porta. Prima di uscire, fermo sull'uscio, lui le disse che il bar stava per chiudere. La moglie del barista aveva armeggiato con il forno con cui ogni mattina cocevano i cornetti, parlava da anni di voler mettere la testa dentro e aprire il gas per vedere cosa sarebbe successo e quanto tempo le sarebbe occorso per scoprire la verità.
Proprio mentre cadeva l'uccellino di cristallo, la donna aprì lo sportello, girò la manopola alla temperatura intermedia e infilò dentro la testa appoggiando la guancia sul piatto interno.
Il vecchio le spiegò diligentemente le reazioni del barista alla vista della moglie con il microonde per cappello, che bestemmiò un pochino maledicendo quella donna distratta che non si era nemmeno accorta della sostituzione del forno a gas.
Il vecchio quindi la salutò mostrandole i polsi e girò sui tacchi con la leggerezza di un ballerino.
La donna uscì fuori sul balcone e posò nuovamente l'uccellino di cristallo sulla ringhiera, poi vi salì anche lei.

Cercava di fissare l'orizzonte e di non abbassare gli occhi verso il vuoto, ma si sentì chiamare così piegò in giù la testa e guardò la strada. Una ragazza agitava un braccio verso di lei, in mano aveva una piccola rondine di legno. Allora si voltò e controllò la fila alla sua destra: l’uccellino di cristallo, quello di porcellana, quello di terracotta e il pappagallino. In effetti, l'uccellino di balsa mancava all'appello.
Fece cenno alla ragazza di salire su, poco dopo era davanti la sua porta.
"Ho sentito qualcosa che mi cadeva in testa, fortuna che è leggera e che avevo il cappello..."
La ragazza si sedette a tavola senza aspettare un invito e guardò la caffettiera. La donna sospirò leggermente e poi cominciò a preparare il caffè, era in debito, quella ragazza con un sombrero enorme in testa aveva salvato la sua rondine.
"Ero uscita per un caffè ma al bar sta succedendo di tutto"
"Beh, lo prenderai qui, credo anche che il mio sia migliore..."
La ragazza giocherellava con le sue collane colorate facendo scorrere il dito lungo la fila di pastiglie e capsule, sbadigliò, chiese scusa, allungò le mani verso la tazzina e disse che ne aveva proprio un gran bisogno e bevendo le raccontò cos'altro era successo al bar.
Il barista passò un braccio attorno la vita della moglie tirandola via dal microonde spento e sulle prime con molta calma cominciò a spiegarle il funzionamento basilare degli elettrodomestici che avevano lì dentro. Ma arrivata a "lo spurgo della macchina del caffè con sale grosso e limone" le spalle della donna scesero di un poco e lei cominciò a osservare ciclicamente i quattro angoli del soffitto.
Il barista non demorse, aprì il cassetto dove teneva le garanzie e i libretti delle istruzioni, tirò fuori tutto e porse questi ultimi alla moglie, scoprendo così la pistola che teneva sul fondo.
Le chiese di leggere ad alta voce e mentre lei cantilenava le raccomandazioni dei produttori lui teneva il ritmo lento battendo l’indice sulla canna fredda. La nenia della moglie era continuata con un tono sempre più stridulo, fino a che la donna non esplose in un urletto breve e fastidioso, un soprano strozzato che buttò a terra il libretto dicendo che non avrebbe impiegato il suo tempo e la sua attenzione per capire la meccanica di ogni pezzo di ferro dentro quel bar finché lui non avesse impiegato tempo e attenzione per capire sua moglie, non l’avesse ripresa con sé allontanandola da tutti i suoi amanti.
Forse proprio la parola amanti aveva fatto ridestare il barista dal suo ipnotico battere sulla pistola ma la ragazza non ne era sicura perché non ascoltava in quel momento né guardava i visi dei due, era concentrata sulla mano sinistra dell’uomo, con la quale lui prese l’arma, la puntò alla tempia e fece fuoco sporcandosi metà faccia con la polvere da sparo bruciata e mandando il proiettile a rimbalzare contro la pesante cappa sopra la friggitrice.
Sulla soglia del bar, la ragazza non era riuscita a vedere poi che direzione avesse preso il proiettile schizzato fuori dalla vetrina laterale, perché in quel momento si sentì colpire in testa da qualcosa e tastando sul cappello, senza toglierselo, trovò la rondine.
La donna, alla fine del racconto, tolse la tazzina vuota dal tavolo e rimase a fissare la ragazza finché questa non disse che per lei era arrivato il momento di andare via.
Prima però le raccomandò di legare gli oggettini con dei fili leggeri in modo che non cadessero nuovamente. Oppure di applicarci sotto delle piccole calamite.
“E il pappagallino? Non posso legarlo. Dici delle sciocchezze, ora è veramente il caso che tu vada via, torna giù a indagare nei fatti degli altri”.
“Ma sono talmente distratta da non capire mai cosa accade veramente...”
La donna stava in silenzio, ferma, in piedi.
“...volevo solo evitare che qualche uccellino possa cadere di nuovo, stavolta rompendosi”.
“Hai ragione, sei distratta, forse sei solo stanca. Guarda fuori, guarda laggiù” disse indicando il panorama oltre la ringhiera, il sole, le rondini pronte a partire appollaiate sui fili elettrici, “ti pare che qualcuno o qualcosa possa davvero farsi male? La mia scelta sarà la migliore, la migliore per tutti”.
Le carezzò la testa e aggiunse “la migliore anche per te. E quando l’avrò presa, ognuno dovrà essere pronto a partire, ognuno dovrà essere libero da legami e calamite”.
La ragazza alzandosi ringraziò nuovamente "avevi ragione, il tuo caffè è migliore di quello del bar".
La donna sorrise, la salutò e ricambiò i complimenti per il suo caffè con degli altri, sinceri, per le collane negli sgargianti colori dei barbiturici.

Nel risalire sulla ringhiera fece attenzione, questa volta, a non far cadere niente. La fila di uccellini, al completo, stava in bilico sul bordo arrotondato di ferro. Come lei, ognuno fissava dritto davanti a sé. Una volta in piedi osservò attentamente la forma del quartiere e poi più in là l'inizio della periferia. Finalmente riuscì a capire la morfologia della sua città, finalmente vide la prima linea di fuga, che partiva da sotto casa sua, dalla fermata del treno, e proseguiva lungo i binari verso sud-est. È stato per vedere verso cosa portasse che si sporse un poco di più e fece cadere l'uccello di terracotta.
Chiuse gli occhi per non vedere la triste fine dell'oggetto, quando li riaprì, il ragazzo vestito col sacco di iuta la salutava dal marciapiede. Sottobraccio un cesto pieno di teste d'aglio.
Una volta di sopra, frugò nel cesto smovendo le teste in cerca di un pensiero per la donna. Non trovando di meglio, posò sul tavolo prima un mozzicone di candela poi il pettirosso di terracotta.
Raccontò alla donna di avere un fratello giù, legato ai binari, un fratello più basso di lui, con mani più delicate e piedi più piccoli. Mentre l'uccellino cadeva e il treno arrivava, suo fratello gli stava cantando una canzone sulle navi e sul mare. Al ritornello, inventato sul momento visto che non aveva affatto memoria per i testi, un proiettile vagante tranciò i fili elettrici della linea bloccando la locomotiva qualche metro più su, dove un anziano ed elegante signore rimasto in mezzo la strada elogiava l'essenzialità di una buona mira e della mano ferma in certi casi.
Il ragazzo parlava, in piedi vicino il tavolo, vestito col suo sacco che gli lasciava in mostra le braccia forti e che era tenuto su da una lunga fune che lui non teneva solo legata in vita ma che gli si arrotolava lungo tutto il torace.
Le disse che quello era il suo unico fratello e che tutti erano convinti che fosse più grande di lui di quasi due anni ma nessuno glielo aveva mai in qualche modo dimostrato. Poi si fermò, lei non gli aveva rivolto nessuna domanda, non aveva chiesto spiegazioni riguardo la sua storia, non sembrava affatto interessata a quel fratello eccezionale di cui le stava parlando.
Così le disse che la osservavano, insieme lui e suo fratello, ogni giorno in piedi sulla sua ringhiera. All'inizio solo per guardarle sotto la vestaglia, poi incuriositi dal suo scrutare, cercavano di seguire con i loro sguardi il suo, ma sembrava sempre che avessero la vista troppo corta, c'erano poi tutti quei palazzi a interrompere la visuale, l'impossibilità di avere una prospettiva orizzontale senza stare in alto come lei, a terra era uno scontrarsi continuo contro infiniti piani verticali.
"Cosa fai lì sopra, ogni giorno?"
"Non faccio niente, lì sopra. Dici di guardarmi ogni giorno, mi chiedo cosa guardi allora, cosa guardi? Se mi guardassi per davvero ti saresti accorto che non faccio nulla".
La donna prese le gerbere rosse dal vaso al centro del tavolo, tagliò via i gambi più lunghi e prese ad appuntarle lungo i giri della fune.
Lo prese per una mano e lo condusse fuori.
“Ecco cosa vedo”, gli disse.
Guardò di sotto e vide il fratello rialzarsi dai binari e togliersi di dosso la polvere. Anche lui vestito con un sacco di iuta, se lo tolse piano rimanendo nudo a camminare in equilibrio sulle traversine dei binari. La donna gli mise una mano sotto il mento e gli alzò il viso “no, devi guardare più in là”.
Finalmente allungò lo sguardo verso l’orizzonte, verso ciò che immaginava lei guardasse ogni giorno.
“Da qui puoi vedere fino alla fine, puoi vedere ogni strada che porta via, da qui si vede l’orizzonte”, le disse.
Lei sorrise del suo modo di stringere gli occhi per vedere più lontano, contro la luce del sole, e dei suoi lineamenti armoniosi, sorrise per il sacco con cui era vestito e delle belle braccia e belle gambe che rimanevano scoperte, sorrise della sua ingenuità e della sua bellezza, del modo in cui si era lasciato agghindare di fiori senza protestare e del modo in cui, anche così conciato, fosse sensuale.
“L’orizzonte è solo un posto come questo, di cui non vediamo i difetti. L’orizzonte non esiste, è solo una linea piatta prodotto di una capacità visiva limitata”.
Il ragazzo era rimasto in silenzio e quello che lei aveva appena detto non significava niente, per rimediare, omaggiò l’ingenuità di lui “bisognerebbe saper volare”, gli disse. Ma non bastò e avendolo lasciato senza altro da dire né qualcosa da offrirle oltre le sue teste d'aglio, il ragazzo uscì poco dopo, elogiando il design e la solidità dei lampadari di quella casa.
Rimasta nuovamente sola, guardò i suoi uccelli e soffiò fra le piume del pappagallino. Una volta in piedi sulla ringhiera, ancora, ricominciò a guardare oltre il fiume scavalcando con gli occhi, e il pensiero, le piccole cose che accadevano sotto di lei. Tre ponti portavano dall’altra parte, quello centrale, il più grande, era allineato al suo palazzo, a quello di fronte e agli altri tre che seguivano, per raggiungerlo quindi si poteva prendere indifferentemente una della due strade che correvano ai lati della fila di costruzioni. Non possedeva macchina, bici o altri mezzi e il treno era ancora fermo, per andare via aveva solo i suoi piedi, se li guardò: erano nudi, leggermente curvati ad abbracciare con la pianta il ferro su cui era arrampicata.

La signora del palazzo di fronte entrò con un vassoio di fettuccine fresche, l'usignolo di porcellana bianca posato al centro. L'aveva visto cadere mentre attraversava la strada per portarle la pasta - a casa sua una televisione muta e un marito che non ne voleva sapere di uscire dalla vasca da bagno le avevano suggerito l'idea di pranzare da lei - poi l'uccello era atterrato soffice e indenne fra i nidi di fettuccine.
La donna guardò quella signora paffuta, guardò la pasta che ancora le stava porgendo, prese una pentola e con indolenza la riempì d'acqua e la mise sul fuoco, precisando prima di non avere fame.
La vicina aveva assistito dalla finestra all'incidente sulla linea del treno e sapeva che l'elettricità era stata tolta in tutta la zona per i lavori di ripristino, così non si era preoccupata mai nemmeno quando aveva sentito il marito urlare, aveva pensato piuttosto che fosse l'improvviso entusiasmo dovuto al ritrovare qualche utilità in un phon dopo anni di calvizie.
Si lisciò con le mani il grembiule infarinato, la tasca centrale gonfia di sassi, la trama della stoffa tirata sotto il peso delle pietre.
Mentre la pasta coceva e i vetri della finestra si appannavano per il vapore, la vicina continuava a guardare fuori, prima verso la sua casa, che stava proprio di fronte a lei, poi verso il confine della città e il fiume grigio che lo segnava.
“Sai? Credo anch’io che tornerà”
“Anche lei? E chi altro lo crederebbe?”
“Beh, cara, ti vedo sempre qui fuori ad aspettare” le disse la vicina indicando al di là del vetro.
“Lei non ha visto la sua telenovela oggi e se ne sta inventando una tutta da sé, ed è lodevole questo, è segno di creatività. Ma la prego di non mettermi fra i suoi personaggi. Nella vita reale le persone non tornano dopo anni per esigenze di copione, nella vita reale le persone spariscono senza creare grossi colpi di scena. Io non aspetto nessuno, non aspetto lui. Io da lassù studio e valuto”.
Di nuovo, quello che aveva detto le sembrava senza senso ma non aggiunse nulla stavolta, scolò la pasta e impose il silenzio del pranzo.

Appena la vicina fu fuori la porta, tornò al suo posto, sul balcone, senza sparecchiare la tavola. La vide dopo qualche minuto dietro i vetri delle finestre, a casa sua, dall’altro lato della strada, una sagoma affaccendata e delusa. La vide nel bagno, anche se i vetri erano smerigliati e la figura della vicina era spezzettata e ricomposta in piccoli triangoli, mentre si avvicinava alla vasca a aiutava il marito ad uscire dall’acqua. Vide la figura di lui alzarsi in piedi e diventare più alta di quella di lei, vide il rettangolo dell’asciugamano allargarsi e poi appoggiarsi ed essere assorbito dalla forma dell’uomo.
Poi allontanò lo sguardo, le strade erano sempre le stesse e ormai le conosceva perfettamente.
Eppure non aveva guardato quando lui era andato via, così ora fra quelle strade non sapeva da quale sarebbe potuto tornare, nel caso avesse mai voluto riprendersi i suoi uccelli. Ognuna di esse aveva una geometria che la rendeva affascinante, ma a quell’ora, ogni sera, la via che correva verso sud-ovest e accoglieva il sole fra le file di alberi ai suoi lati, era più che illuminata, era scintillante. Anche se poteva vederne solo una parte, anche se dall’alto ne aveva una visione sicuramente diversa da quella che avrebbe avuto camminando, anche se il punto di fuga che si vedeva alla sua fine era solo un punto e non un posto, l’idea di poter arrivare lì, e di viverci, di vivere in un punto, sembrava possibile.
Forse il pappagallino intuì i suoi pensieri, o forse quel punto interessava anche lui, abbassò un poco la coda e poi si lanciò nel vuoto.
Era la prima volta che lei gli vedeva aprire le ali colorate. Era molto bello, niente a che vedere con gli altri uccellini, seppur eleganti, ma spenti.
L’uccellino continuò a guardare il punto, ma sceso all’altezza del secondo piano questo scomparve alla sua vista.
Interdetto e spaesato, richiuse le ali e piombò a terra.
La ragazza dormiva sul prato col sombrero calato sugli occhi, il vecchio le passeggiava attorno disegnando sull’erba strane figure col suo bastone, il ragazzo stava rivestendo il fratello sotto gli occhi e la fame della moglie del barista. Nessuno si accorse dell’uccellino che moriva sull’asfalto e nessuno si accorse della pioggia di oggetti che piombavano dal balcone: la donna buttò di sotto, infuriata, tutte le statuine guardandole andare in frantumi una a una.
Poi si chiuse la porta alle spalle, lasciando sul tavolo un mazzo di chiavi che non le sarebbe più servito, e scese giù, per la prima volta da anni.
Si accovacciò vicino il pappagallino, lo raccolse.
Ancora scalza, chiese al vecchio di prestarle le scarpe, lui acconsentì, le stavano un po’ grandi ma strinse forte i lacci e si avviò lungo la sua strada.

[bisognerà che approfondisca la storia di lei. 'ché mica si capisce, così. l'ha detto mia madre e ha ragione. mia madre s'è preoccupata, tutta 'sta gente che vuole morire... va tutto bene, mamma, devo solo spiegare meglio la storia]

sabato 9 febbraio 2008

riscrittura: a pezzetti, a strati, a intervalli

Sentì bussare così scese dalla ringhiera e andò ad aprire la porta.
Il vecchio entrò e le porse un uccellino di cristallo. Lei lo rigirò fra le mani osservandolo attentamente.
“È incredibile, è ancora intero? non si è nemmeno scheggiato!”
“Sì, è scivolato sugli ombrelloni del bar e mi è caduto sulla pancia proprio due minuti fa, mentre facevo colazione”.
Si affacciò sul balcone e indicò il punto, di sotto, dove c'erano i tavoli esterni del bar. Poi si voltò verso la donna che era rimasta all'interno.
"Cos'è, vi preparate a migrare?".
La donna alzò solo un poco le spalle, senza rispondere. Uscì anche lei e accarezzò piano con l'indice della mano libera, nell'altra stringeva ancora la statuina di cristallo, la testolina del pappagallino.
L'uomo si avvicinò interessato all'unico animaletto in carne e ossa posato sulla ringhiera del balcone, tenendo le braccia incrociate dietro la schiena le chiese se non aveva paura che l'uccellino potesse scappare via.
Era vestito in modo estremamente elegante, quasi retrò. Giacca e pantaloni di taglio perfetto in gessato grigio scuro, camicia bianca e cravatta rossa, bastone con il pomo argentato che al suo ingresso aveva brillato nell’atrio così come le quattro lamette che portava nel taschino della giacca aperte a ventaglio come un rigido fazzoletto.
"Non ci ho mai pensato, a dire il vero, che potrebbe essere lui a lasciare me".
La donna lo ringraziò per la gentilezza e lo accompagnò alla porta. Prima di uscire, fermo sull’uscio, lui le disse che il bar stava per chiudere. La moglie del barista aveva armeggiato con il forno con cui ogni mattina cocevano i cornetti, parlava da anni di voler mettere la testa dentro e aprire il gas per vedere cosa sarebbe successo e quanto tempo le sarebbe occorso per scoprire la verità.
Proprio mentre cadeva l’uccellino di cristallo, la donna aprì lo sportello, girò la manopola alla temperatura intermedia e infilò dentro la testa appoggiando la guancia sul piatto interno.
Il vecchio le spiegò diligentemente le reazioni del barista alla vista della moglie con il microonde per cappello, che bestemmiò un pochino maledicendo quella donna distratta che non si era nemmeno accorta della sostituzione del forno a gas.
Il vecchio quindi la salutò mostrandole i polsi e girò sui tacchi con la leggerezza di un ballerino.
La donna uscì fuori sul balcone e posò nuovamente l’uccellino di cristallo sulla ringhiera, poi vi salì anche lei.

Cercava di fissare l’orizzonte e di non abbassare gli occhi verso il vuoto, ma si sentì chiamare così piegò in giù la testa e guardò la strada. Una ragazza agitava un braccio verso di lei, in mano aveva una piccola rondine di legno. Allora si voltò e controllò la fila alla sua destra: in effetti, l’uccellino di balsa mancava all’appello.
Fece cenno alla ragazza di salire su, poco dopo era davanti la sua porta.
“Ho sentito qualcosa che mi cadeva in testa, fortuna che è leggera e che avevo il cappello...”
La ragazza si sedette a tavola senza aspettare un invito e guardò la caffettiera. La donna sospirò leggermente e poi cominciò a preparare il caffè, era in debito, quella ragazza con un sombrero enorme in testa aveva salvato la sua rondine.
“Ero uscita per un caffè ma al bar sta succedendo di tutto”
“Beh, lo prenderai qui, credo anche che il mio sia migliore...”
La ragazza giocherellava con le sue collane colorate facendo scorrere il dito lungo la fila di pastiglie e capsule, sbadigliò, chiese scusa, allungò le mani verso la tazzina e disse che ne aveva proprio un gran bisogno e bevendo le raccontò cos’altro era successo al bar.
Il barista passò un braccio attorno la vita della moglie tirandola via dal microonde spento e sulle prime con molta calma cominciò a spiegarle il funzionamento basilare degli elettrodomestici che avevano lì dentro. Ma arrivata a “lo spurgo della macchina del caffè con sale grosso e limone” le spalle della donna scesero di un poco e lei cominciò a osservare ciclicamente i quattro angoli del soffitto.

Il barista non demorse, aprì il cassetto dove teneva le garanzie e i libretti delle istruzioni, tirò fuori tutto e porse questi ultimi alla moglie, scoprendo così la pistola che teneva sul fondo.
Le chiese di leggere ad alta voce e mentre lei cantilenava le raccomandazioni dei produttori lui teneva il ritmo lento battendo l’indice sulla canna fredda. La nenia della moglie era continuata con un tono sempre più stridulo, fino a che la donna non esplose in un urletto breve e fastidioso, buttò a terra fogli e libretti dicendo che avrebbe impiegato il suo tempo e la sua attenzione per capire la meccanica di ogni pezzo di ferro dentro quel bar solo quando lui avrebbe impiegato tempo e attenzione per capire sua moglie, solo quando l’avesse ripresa con sé allontanandola da tutti i suoi amanti.
Forse proprio la parola amanti aveva fatto ridestare il barista dal suo ipnotico battere sulla pistola ma la ragazza non ne era sicura perché non ascoltava in quel momento né guardava i visi dei due, era concentrata sulla mano sinistra dell’uomo, con la quale lui prese l’arma, la puntò alla tempia e fece fuoco sporcandosi metà faccia con la polvere da sparo bruciata e mandando il proiettile a rimbalzare contro la pesante cappa sopra la friggitrice.
Sulla soglia del bar, la ragazza non era riuscita a vedere poi che direzione avesse preso il proiettile schizzato fuori dalla vetrina laterale, perché in quel momento si sentì colpire in testa da qualcosa e tastando sul cappello, senza toglierselo, trovò la rondine.
La donna, alla fine del racconto, tolse la tazzina vuota dal tavolo e rimase a fissare la ragazza finché questa non disse che per lei era arrivato il momento di andare via.
Prima però le raccomandò di legare gli oggettini con dei fili leggeri in modo che non cadessero nuovamente. Oppure di applicarci sotto delle piccole calamite.
“E il pappagallino? Non posso legarlo. Dici delle sciocchezze, ora è veramente il caso che tu vada via, torna giù a indagare nei fatti degli altri”.
“Ma sono talmente distratta da non capire mai cosa accade veramente...”
La donna stava in silenzio, ferma, in piedi.
“...volevo solo evitare che qualche uccellino possa cadere di nuovo, stavolta rompendosi”.
“Hai ragione, sei distratta, forse sei solo stanca. Guarda fuori, guarda laggiù” disse indicando il panorama oltre la ringhiera, il sole, le rondini pronte a partire appollaiate sui fili elettrici, “ti pare che qualcuno o qualcosa possa davvero farsi male? La mia scelta sarà la migliore, la migliore per tutti”.
Le carezzò la testa e aggiunse “la migliore anche per te”.
La ragazza alzandosi ringraziò nuovamente "avevi ragione, il tuo caffè è migliore di quello del bar".
La donna sorrise, la salutò e ricambiò i complimenti per il suo caffè con degli altri, sinceri, per le collane negli sgargianti colori dei barbiturici.

Nel risalire sulla ringhiera fece attenzione, questa volta, a non far cadere niente. La fila di uccellini, al completo, stava in bilico sul bordo arrotondato di ferro. Come lei, ognuno fissava dritto davanti a sé. Una volta in piedi osservò attentamente la forma del quartiere e poi più in là l’inizio della periferia. Finalmente riuscì a capire la morfologia della sua città, finalmente vide la prima linea di fuga, che partiva da sotto casa sua, dalla fermata del treno, e proseguiva lungo i binari verso sud-est. È stato per vedere verso cosa portasse che si sporse un poco di più e fece cadere l’uccello di terracotta.
Chiuse gli occhi per non vedere la triste fine dell’oggetto, quando li riaprì, il ragazzo vestito col sacco di iuta la salutava dal marciapiede. Sottobraccio un cesto pieno di teste d’aglio.
Una volta di sopra, frugò nel cesto smovendo le teste in cerca di un pensiero per la donna. Non trovando di meglio, posò sul tavolo prima un mozzicone di candela poi il pettirosso di terracotta.
Raccontò alla donna di avere un fratello giù, legato ai binari, un fratello più basso di lui, con mani più delicate e piedi più piccoli. Mentre l’uccellino cadeva e il treno arrivava, suo fratello gli stava cantando una canzone sulle navi e sul mare. Al ritornello, inventato sul momento visto che il fratello non aveva affatto memoria per i testi, un proiettile vagante tranciò i fili elettrici della linea bloccando la locomotiva qualche metro più su, dove un anziano ed elegante signore rimasto in mezzo la strada elogiava l'essenzialità di una buona mira e della mano ferma in certi casi.
Il ragazzo parlava, in piedi vicino il tavolo, vestito col suo sacco che gli lasciava scoperte le braccia forti e che era tenuto su da una lunga fune che lui non teneva solo legata in vita ma che gli si arrotolava lungo tutto il torace.
Le disse che quello era il suo unico fratello e che tutti erano convinti che fosse più grande di lui di quasi due anni ma nessuno glielo aveva mai in qualche modo dimostrato. Poi si fermò, lei non gli aveva rivolto nessuna domanda, non aveva chiesto spiegazioni riguardo la sua storia, non sembrava affatto interessata a quel fratello eccezionale di cui le stava parlando.
Così le disse che la osservavano, insieme lui e suo fratello, ogni giorno in piedi sulla sua ringhiera. All'inizio solo per guardarle sotto la vestaglia, poi incuriositi dal suo scrutare, cercavano di seguire con i loro sguardi il suo, ma sembrava sempre che avessero la vista troppo corta, c'erano poi tutti quei palazzi a interrompere la visuale, l'impossibilità di avere una prospettiva orizzontale senza stare in alto come lei, a terra era uno scontrarsi continuo contro infiniti piani verticali.
"Cosa fai lì sopra, ogni giorno?"
"Non faccio niente,
lì sopra. Dici di guardarmi ogni giorno, mi chiedo cosa guardi allora, cosa guardi? Se mi guardassi per davvero ti saresti accorto che non faccio nulla".
La donna prese le gerbere rosse dal vaso al centro del tavolo, tagliò via i gambi più lunghi e prese ad appuntarle lungo i giri della fune.
Il ragazzo, non avendo altro da dire né qualcosa da offrirle oltre le sue teste d'aglio, uscì poco dopo, elogiando il design e la solidità dei lampadari di quella casa.

La signora del palazzo di fronte entrò con un vassoio di fettuccine fresche, l’usignolo di porcellana bianca posato al centro. L’aveva visto cadere mentre attraversava la strada per portarle la pasta - a casa sua una televisione muta e un marito che non ne voleva sapere di uscire dalla vasca da bagno le avevano suggerito l’idea di pranzare da lei – poi l’uccello era atterrato soffice e indenne fra i nidi di fettuccine.
La donna guardò quella signora paffuta, guardò la pasta che ancora le stava porgendo, prese una pentola e con indolenza la riempì d’acqua e la mise sul fuoco, precisando prima di non avere fame.
La vicina aveva assistito dalla finestra all’incidente sulla linea del treno e sapeva che l’elettricità era stata tolta in tutta la zona per i lavori di ripristino, così non si era preoccupata mai nemmeno quando aveva sentito il marito urlare, aveva pensato piuttosto che fosse l’improvviso entusiasmo dovuto al ritrovare qualche utilità in un phon dopo anni di calvizie.
Si lisciò con le mani il grembiule infarinato, la tasca centrale gonfia di sassi.
Mentre la pasta coceva e i vetri della finestra si appannavano per il vapore, la vicina continuava a guardare fuori, prima verso la sua casa, che stava proprio di fronte a lei, poi verso il confine della città e il fiume grigio che lo segnava.

sabato 19 gennaio 2008

terza tappa

tolti i momenti pulp, aggiunte un paio di scene, ritoccato qua e là, ovviamente ancora in stato malleabile.

consigli, domande, insulti e appunti anche pignoli sono ben accetti, nonché qualsiasi suggerimento sul titolo.
Sentì bussare così scese dalla ringhiera e andò ad aprire la porta.
Il vecchio entrò e le porse un uccellino di cristallo. Lei lo rigirò fra le mani osservandolo attentamente.
“È incredibile, è ancora intero? non si è nemmeno scheggiato!”
“Sì, è scivolato sugli ombrelloni del bar e mi è caduto sulla pancia proprio due minuti fa, mentre facevo colazione”
L’uomo era vestito in modo estremamente elegante, quasi retrò. Giacca e pantaloni di taglio perfetto in gessato grigio scuro, camicia bianca e cravatta rossa, bastone con il pomo argentato che brillava nell’atrio dell’appartamento della donna così come le quattro lamette che portava nel taschino della giacca aperte a ventaglio come un rigido fazzoletto.
La donna lo ringraziò per la gentilezza e lo accompagnò alla porta. Prima di uscire, fermo sull’uscio, le disse che il bar stava per chiudere. La moglie del barista aveva armeggiato con il forno con cui ogni mattina cocevano i cornetti, parlava da anni di voler mettere la testa dentro e aprire il gas per vedere cosa sarebbe successo e quanto tempo le sarebbe occorso per scoprire la verità.
Proprio mentre cadeva l’uccellino di cristallo, la donna aprì lo sportello, girò la manopola alla temperatura intermedia e infilò dentro la testa appoggiando la guancia sul piatto interno.
Il vecchio le spiegò diligentemente le reazioni del barista alla vista della moglie con il microonde per cappello, che bestemmiò un pochino maledicendo quella donna distratta che non si era nemmeno accorta della sostituzione del forno a gas.
Il vecchio quindi la salutò mostrandole i polsi e girò sui tacchi con la leggerezza di un ballerino.
La donna uscì fuori sul balcone e posò nuovamente l’uccellino sulla ringhiera, poi vi salì anche lei.

Cercava di fissare l’orizzonte e di non abbassare gli occhi verso il vuoto, ma si sentì chiamare così piegò in giù la testa e guardò la strada. Una ragazza agitava un braccio verso di lei, in mano aveva una piccola rondine di legno. Allora si voltò e controllò la fila alla sua destra: in effetti, l’uccellino di balsa mancava all’appello.
Fece cenno alla ragazza di salire su, poco dopo era davanti la sua porta.
“Ho sentito qualcosa che mi cadeva in testa, fortuna che è leggera e che avevo il cappello...”
La ragazza si sedette a tavola senza aspettare un invito e guardò la caffettiera. La donna sospirò leggermente e poi cominciò a preparare il caffè, era in debito, quella ragazza con un sombrero enorme in testa aveva salvato la sua rondine.
“Ero uscita per un caffè ma al bar sta succedendo di tutto”
“Beh, lo prenderai qui, credo anche che il mio sia migliore...”
La ragazza giocherellava con le sue collane colorate facendo scorrere il dito lungo la fila di pastiglie e capsule, sbadigliò, chiese scusa, allungò le mani verso la tazzina di caffè e disse che ne aveva proprio un gran bisogno e bevendo le raccontò cos’altro era successo al bar.
Il barista passò un braccio attorno la vita della moglie e la tirò via dal microonde spento e sulle prime con molta calma cominciò a spiegarle il funzionamento basilare degli elettrodomestici che avevano lì dentro. Ma arrivata a “lo spurgo della macchina del caffè con sale grosso e limone” le spalle della donna scesero di un poco e lei cominciò a osservare ciclicamente i quattro angoli del soffitto.
Il barista non demorse, aprì il cassetto dove teneva tutte le garanzie e i libretti delle istruzioni, tirò fuori tutto e porse questi ultimi alla moglie, scoprendo così la pistola che teneva sul fondo. La prese, se la puntò alla tempia e fece fuoco sporcandosi metà faccia con la polvere da sparo bruciata e mandando il proiettile a rimbalzare contro la pesante cappa sopra la friggitrice.
Sulla soglia del bar, la ragazza non era riuscita a vedere poi che direzione avesse preso il proiettile schizzato fuori dalla vetrina laterale, perché in quel momento si sentì colpire in testa da qualcosa e tastando sul cappello, senza toglierselo, trovò la rondine.
La donna, alla fine del racconto, tolse la tazzina vuota dal tavolo e rimase in piedi a fissare la ragazza in silenzio finché questa non disse che per lei era arrivato il momento di andare via.
Alzandosi ringraziò nuovamente “avevi ragione, il tuo caffè è migliore di quello del bar”.
La donna sorrise, la salutò e ricambiò i complimenti per il suo caffè con degli altri, sinceri, per le collane negli sgargianti colori dei barbiturici.

Nel risalire sulla ringhiera fece attenzione, questa volta, a non far cadere niente. La fila di uccellini, al completo, stava in bilico sul bordo arrotondato di ferro. Come lei, ognuno fissava dritto davanti a sé. Una volta in piedi osservò attentamente la forma del quartiere e poi più in là l’inizio della periferia. Finalmente riuscì a capire la morfologia della sua città, finalmente vide la prima linea di fuga, che partiva da sotto casa sua, alla fermata del treno, e proseguiva lungo i binari verso sud-est. È stato per vedere verso cosa portasse che si sporse un poco di più e fece cadere l’uccello di terracotta.
Chiuse gli occhi per non vedere la triste fine dell’oggetto, quando li riaprì, un ragazzo vestito con un sacco di iuta la salutava dal marciapiede. Sottobraccio un cesto pieno di teste d’aglio.
Quando fu di sopra cercò nel cesto e mise sul tavolo prima un mozzicone di candela e poi il pettirosso di terracotta.
Raccontò alla donna di avere un fratello giù, legato ai binari, un fratello più basso di lui, con mani più delicate e piedi più piccoli. Mentre l’uccellino cadeva, il treno arrivava, un proiettile vagante tranciava i fili elettrici della linea bloccando la locomotiva qualche metro più su e un anziano ed elegante signore rimasto in mezzo la strada elogiava l'essenzialità di una buona mira e della mano ferma in certi casi, suo fratello gli stava cantando una canzone sulle navi e sul mare.
Il ragazzo parlava, in piedi vicino il tavolo, vestito col suo sacco che gli lasciava scoperte le braccia forti e che era tenuto su da una lunga fune che lui non teneva solo legata in vita ma che gli si arrotolava lungo tutto il torace.
La donna prese le gerbere rosse dal vaso al centro del tavolo, tagliò via i gambi più lunghi e prese ad appuntarle lungo i giri della fune.
Il ragazzo uscì poco dopo, elogiando il design e la solidità dei lampadari di quella casa.

La signora del palazzo di fronte entrò con un vassoio di fettuccine fresche, l’usignolo di porcellana bianca posato al centro. L’aveva visto cadere mentre attraversava la strada per portarle la pasta - a casa sua una televisione muta e un marito che non ne voleva sapere di uscire dalla vasca da bagno le avevano suggerito l’idea di pranzare da lei – poi l’uccello era atterrato soffice e indenne.
La donna guardò quella signora paffuta, guardò la pasta che ancora le stava porgendo, prese una pentola e con indolenza la riempì d’acqua e la mise sul fuoco, precisando prima di non avere fame.
La vicina aveva assistito dalla finestra all’incidente sulla linea del treno e sapeva che l’elettricità era stata tolta in tutta la zona per i lavori di ripristino, così non si era preoccupata mai nemmeno quando aveva sentito il marito urlare, aveva pensato piuttosto che fosse l’improvviso entusiasmo dovuto al ritrovare qualche utilità in un phon dopo anni di calvizie.
Si lisciò con le mani il grembiule infarinato, la tasca centrale gonfia di sassi.
Mentre la pasta coceva e i vetri della finestra si appannavano per il vapore, la vicina continuava a guardare fuori, prima verso la sua casa, che stava proprio di fronte a lei, poi verso il confine della città e il fiume grigio che lo segnava.

lunedì 14 gennaio 2008

seconda versione - con "aggiunta"

Sentì bussare così scese dalla ringhiera e andò ad aprire la porta.
Il vecchio entrò e le porse un uccellino di cristallo. Lei lo rigirò fra le mani osservandolo attentamente.
“È incredibile, è ancora intero? non si è nemmeno scheggiato!”
“Sì, è scivolato sugli ombrelloni del bar e mi è caduto sulla pancia proprio due minuti fa, mentre facevo colazione”
L’uomo era vestito in modo estremamente elegante, quasi retrò. Giacca e pantaloni di taglio perfetto in gessato grigio scuro, camicia bianca e cravatta rossa, bastone con il pomo argentato che brillava nell’atrio dell’appartamento della donna così come le quattro lamette che portava nel taschino della giacca aperte a ventaglio come un rigido fazzoletto.
La donna lo ringraziò per la gentilezza e lo accompagnò alla porta. Prima di uscire, fermo sull’uscio, le disse che il bar stava per chiudere. La moglie del barista aveva armeggiato con il forno con cui ogni mattina cocevano i cornetti, parlava da anni di voler mettere la testa dentro e aprire il gas per vedere cosa sarebbe successo e quanto tempo le sarebbe occorso per scoprire la verità.
Proprio mentre cadeva l’uccellino di cristallo, la donna aprì lo sportello, girò la manopola alla temperatura intermedia e infilò dentro la testa appoggiando la guancia sul piatto interno.
Il vecchio le spiegò diligentemente il rumore che si sentì e le reazioni del barista alla vista della moglie con un forno a microonde per cappello, che bestemmiò un pochino maledicendo quella donna distratta che non si era nemmeno accorta della sostituzione del forno a gas.
Il vecchio quindi la salutò mostrandole i polsi e girò sui tacchi con la leggerezza di un ballerino.
La donna uscì fuori sul balcone e posò nuovamente l’uccellino sulla ringhiera, poi vi salì anche lei.

Cercava di fissare l’orizzonte e di non abbassare gli occhi verso il vuoto, ma si sentì chiamare così piegò in giù la testa e guardò la strada. Una ragazza agitava un braccio verso di lei, in mano aveva una piccola rondine di legno. Allora si voltò e controllò la fila alla sua destra: in effetti, l’uccellino di balsa mancava all’appello.
Fece cenno alla ragazza di salire su, poco dopo era davanti la sua porta.
“Ho sentito qualcosa che mi cadeva in testa, fortuna che è leggera e che avevo il cappello...”
La ragazza si sedette a tavola senza aspettare un invito e guardò la caffettiera. La donna sospirò leggermente e poi cominciò a preparare il caffè, era in debito, quella ragazza con un sombrero enorme in testa aveva salvato la sua rondine.
“Ero uscita per un caffè ma al bar sta succedendo di tutto”
“Beh, lo prenderai qui, credo anche che il mio sia migliore... ho sentito, la moglie del barista, povera donna...”
La ragazza giocherellava con le sue collane colorate facendo scorrere il dito lungo la fila di pastiglie e capsule, sbadigliò, chiese scusa, allungò le mani verso la tazzina di caffè e disse che ne aveva proprio un gran bisogno e bevendo le raccontò cos’altro era successo al bar.
Il barista, alla vista del cadavere della moglie, prese la pistola, se la puntò alla tempia e fece fuoco facendosi saltare via l’orecchio destro e colpendo la pesante cappa sopra la friggitrice. Mentre era chinato e si teneva la guancia e il posto dove prima c’era il suo orecchio, la cappa si staccò dal soffitto e lo colpì sulla schiena e dietro la nuca. Rimase schiacciato lì sotto mentre l’ambulanza che era accorsa per la moglie, già ripartita da qualche minuto a sirene spente, veniva richiamata indietro da un anziano ed elegante signore che rimasto in mezzo la strada aveva cominciato a parlarle dell'essenzialità di una buona mira e della mano ferma in certi casi.
Non era riuscita a vedere in che stato fosse mentre lo caricavano sull’ambulanza vicino alla sua compagna perché in quel momento si sentì colpire in testa da qualcosa e tastando sul cappello, senza toglierselo, trovò la rondine.
La donna, alla fine del racconto, tolse la tazzina vuota dal tavolo e rimase in piedi a fissare la ragazza in silenzio finché questa non disse che per lei era arrivato il momento di andare via.
Alzandosi ringraziò nuovamente “avevi ragione, il tuo caffè è migliore di quello del bar”.
La donna sorrise, la salutò e ricambiò i complimenti per il suo caffè con degli altri, sinceri, per le collane negli sgargianti colori dei barbiturici.

domenica 13 gennaio 2008

prima stesura

Sentì bussare così scese dalla ringhiera e andò ad aprire la porta.
Il vecchio entrò e le porse un uccellino di cristallo. Lei lo rigirò fra le mani osservandolo attentamente.
“È incredibile, è ancora intero? non si è nemmeno scheggiato!”
“Sì, è scivolato sugli ombrelloni del bar e mi è caduto sulla pancia proprio due minuti fa, mentre facevo colazione”
L’uomo era vestito in modo estremamente elegante, quasi retrò. Giacca e pantaloni di taglio perfetto in gessato grigio scuro, camicia bianca e cravatta rossa, bastone con il pomo argentato che brillava nell’atrio dell’appartamento della donna così come le quattro lamette che portava nel taschino della giacca aperte a ventaglio come un rigido fazzoletto.
La donna lo ringraziò per la gentilezza e lo accompagnò alla porta. Prima di uscire, fermo sull’uscio, le disse che il bar stava per chiudere. La moglie del barista aveva armeggiato con il forno con cui ogni mattina cocevano i cornetti, parlava da anni di voler mettere la testa dentro e aprire il gas per vedere cosa sarebbe successo e quanto tempo le sarebbe occorso per scoprire la verità.
Proprio mentre cadeva l’uccellino di cristallo, la donna aprì lo sportello, girò la manopola alla temperatura intermedia e infilò dentro la testa appoggiando la guancia sul piatto interno.
Il vecchio le spiegò diligentemente il rumore che si sentì e le reazioni del barista alla vista della moglie con la testa cotta dal forno a microonde, che bestemmiò un pochino maledicendo quella donna distratta che non si era nemmeno accorta della sostituzione del forno a gas.
Il vecchio quindi la salutò mostrandole i polsi e girò sui tacchi con la leggerezza di un ballerino.
La donna uscì fuori sul balcone e posò nuovamente l’uccellino sulla ringhiera, poi vi salì anche lei.