martedì 11 novembre 2008
ci metto troppi vecchi nei racconti
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mercoledì 11 giugno 2008
Fastidiosa come una mosca
Già era in debito col Creatore per la dose mediocre d'intelligenza che le consentiva di mettere la proboscide solo sul sudore degli umani e non nelle salsine ripugnanti che rendevano inattaccabili anche quelle belle masse marroni, imputridite, chiamate hamburgher.
La caccia era divertimento puro, un'esibizione di cabrate e picchiate, velocissime solo se paragonate alla snervante lentezza degli umani, che la inebriavano assai, tanto da permetterle di posarsi, senza rischi, di lato agli occhioni della gente instupidita, per pungerli negli angoli dove poi succhiava le lacrime, col retrogusto eccitante di coca cola light.
Per fortuna il complesso sistema di filtri col quale il corpo umano purificava quel cibo velenoso, le forniva sudore abbastanza depurato da poter essere digerito senza subire sconvolgimenti al suo stile di volo.
Quella mattina i tavoli del fast food si erano sporcati presto di persone, e la mosca era decollata rapida, col solito sfregarsi di zampe uncinate e pronte a tutto.
Dopo una mezz'ora di succhiate libidinose, a ogni dieci battiti d'ali le usciva un ruttino acido di appagamento che la costringeva a ruotare, in volute strette e scombinate, che la imbarazzarono presto di stanchezza. Così, senza nemmeno pensare al pericolo che avrebbe corso, si posò sfinita, e anche un po' troppo a lungo, sull'unto di un sacchetto di patatine di un ragazzino, vorace quanto lei, e che si muoveva a scatti come faceva anche lei. L'assonanza misteriosa che legava le loro nature, che avrebbero dovuto essere così diverse, era accentuata dai peli ispidi, neri lunghi e radi che attorniavano gli occhi troppo grandi e lucenti di quel grande bipede masticante. Per un momento interminabile i due animali si scrutarono curiosi, e il ragazzino le avvicinò la punta del dito alle ali, accarezzandogliele con un tocco delicato. Lei, invece che la fuga, preferì la coccola e spostò d'istinto solo di un niente il sedere peloso. Lui allora la invitò a salire sul polpastrello dell'indice, solleticandole lieve le unghie delle zampe anteriori. Lei cedette alle sue lusinghe e salì guardinga. Tra una succhiatina e l'altra le cellette dei suoi occhi non lo perdevano mai di vista, e il sapore dei frammenti di patatine fritte che ungevano la sua impronta le pareva eccezionalmente gustoso.
Non le andava di scroccargli anche delle goccine di sudore perché, per una mosca, quelle erano una proprietà preziosa che mai le mosche si rubavano tra loro.
Be'... quasi mai...
Lui le mise, lentamente, un microscopico grumo di carne davanti al muso che, però, scivolò subito giù dal polpastrello finendo sulla tovaglia di carta sotto, crespa e macchiata di grassi di ogni genere; la mosca gli zompò sopra e prese a succhiarne il grasso bianchiccio incastrato tra gli interstizi abbrustoliti del bocconcino.
Non le pareva vero di aver trovato un amico, non tanto per il cibo che in quel luogo si trovava facilmente, ma per il calore di un'intimità sconosciuta che la fretta, con la quale le mosche vivevano, precludeva. Gli umani, invece, erano dei teneroni nel loro pulsare di pigrizia e lei, per un po' di quell'amorevolezza, era persino disposta al sacrificio.
Non era il sacrificio che, in fondo, caratterizzava il vero amarsi nella sua accezione generale?
Persino quello, raro, tra gli umani?
Così, inseguendo quei magnifici pensieri la mosca percepì, per un attimo, l'ombra furtiva che la stava sovrastando e, sentendosi spacciata, strizzò i suoi poliedrici occhi attendendo la crudeltà del fato che l'avrebbe schiacciata senza pietà.
Invece arrivò un'altra carezza amorevole sulla sua schiena e i suoi occhi incrociarono, per un momento, quelli di un moscone appollaiato sull'orlo di un bicchiere di plastica che cercavano, vanamente, di colpevolizzarla.
Ormai, nel ventaglio delle possibilità che la vita offriva se ne era aperta una inaspettata, e mentre il ragazzino e la mosca si avviavano, ognuno a casa propria, fecero ancora un pezzetto di strada insieme, con negli occhi il riflesso degli stessi e incredibilmente luminosi raggi, dell'unico sole che riscaldava tutti senza preferenze.
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domenica 16 dicembre 2007
i rischi del culo
atx1254 e atx1266 guidavano il corteo.
una colonna di topi bianchi marciava nei laboratori della cardinal pharma in assoluto silenzio.
l'incidente aveva svegliato le coscienze e l'indignazione dei roditori che ormai chiedevano una maggiore sicurezza nei laboratori.
il contratto firmato parlava chiaro: erano lì per morire di overdose di principi attivi in sperimentazione o per interazioni fra i farmaci, ed era inconcepibile che invece i loro compagni continuassero a cadere perché gli scienziati introducevano nei laboratori virus influenzali attaccati ai peli del naso o perché venivano assunte tirocinanti così grasse da non riuscire a passare fra le gabbiette senza urtarle e, come nell'ultima tragedia, farle rovinare a terra spezzando le fragili ossa degli inquilini.
e le notizie che arrivavano dagli altri stabilimenti erano anche peggiori: a taranto la situazione era disastrosa, gli incidenti erano diventati ormai una triste abitudine probabilmente a causa della dieta del sud, più ricca di grassi e di piatti elaborati, che rendeva più alta l'incidenza di tirocinanti in sovrappeso.
dopo tre giorni di sciopero serrato gli scienziati erano pronti a cedere: i corridoi fra le gabbie sarebbero stati allargati per permettere anche alla tirocinante di camminare su e giù senza intoppi e i nasi sarebbero stati accuratamente depilati con l'apposito rasoio rotante una volta a settimana per evitare la proliferazione di virus.
nel momento della firma degli accordi una graziosa segretaria vestita di verde bussò alla porta e consegnò una circolare che arrivava direttamente dagli uffici della direzione. dietro di lei un addetto alla mensa portò dentro i laboratori tre contenitori di polistirolo grigio.
uno dei capi sindacali, legato a un piedino dell'armadietto vicino la porta, guardò in alto mentre la segretaria si sporgeva verso l'interno della stanza per passare la circolare al capolaboratorio. da sotto la sua gonna poteva vederle fin su dove teneva nascosta la Topa. era stato proprio lo scoprire l'esistenza di questo misterioso animaletto della sua stessa specie - ma, a quanto capiva, dotato di molto più potere, un potere assoluto - fra le gambe delle donne umane a spingerlo a mettersi in politica, a lanciarsi in iniziative che lo avrebbero portato sempre più a contatto con gli umani e le loro alte gerarchie, a tentare la scalata al comando attraverso la strada sindacale.
il capolaboratorio staccò la penna dal foglio degli accordi quando ancora aveva tracciato solo due lettere su dieci del suo cognome.
lesse la circolare e ordinò alla tirocinante di aprire i contenitori e distribuire nelle gabbie i pezzetti di fontina.
atx1254 rimase a fissare il foglio abbandonato e ormai senza alcun valore mentre i primi topi, piegati da tre giorni di digiuno, cominciarono a risalire le gambe dei tavoli per rientrare nelle gabbie con lo sguardo basso per non incrociare quello dei colleghi.
presto tutto il corteo si sciolse e sul pavimento rimasero sparsi solo i parenti più stretti delle vittime e i capi sindacali esautorati dei loro poteri che erano stati legati e imbavagliati e di cui anche gli scienziati sembravano aver dimenticato l'esistenza.
atx1254 e atx1266, rientrati anche loro nella gabbia, mangiarono in silenzio il loro formaggio osservando il veloce ritorno alla normalità. nel giro di pochi minuti la tirocinante ricominciò il giro di distribuzione dell'ultimo principio attivo in sperimentazione di cui non era dato di conoscere il nome scientifico e che loro chiamavano Bagno Viola.
i due topi che per tre giorni avevano guidato l'ultima grande rivoluzione fallita del laboratorio 22A della cardinal pharma rimasero in silenzio a fissare l'enorme e pericoloso culo della tirocinante che si allontanava facendo traballare tutte le gabbie. i bianchi ospiti all'interno avevano ripreso il loro lavoro: uno dopo l'altro, bevevano tutto d'un fiato le dosi di Bagno Viola assegnate e come da contratto si preparavano a morire, chi prima chi dopo, per overdose fra dolori ed effetti collaterali ancora sconosciuti e che sarebbero stati riportati accuratamente sui registri, come se il pericolo non fosse sempre in agguato, come se quel traballare incessante delle loro gabbie fosse cosa normale e innocua.
infine, anche loro avvicinarono i musetti alle fialette e bevvero la dose del giorno.
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venerdì 23 novembre 2007
giovedì 22 novembre 2007
Yelena sul ghiaccio
(R. Bolaño)
Gran parte della mia giornata trascorreva camminando nella neve. Ricordo neve dappertutto: il parco ricoperto di neve, la ferrovia bloccata, le fabbriche che aprivano in ritardo. Un inverno da Unione Sovietica. Da crepuscoli atomici.
E mia madre che mi chiamava dall'altra stanza.
"Martina, ho scordato le uova. E due pacchetti di Ms. Ah, e la ricetta per quelle pastiglie, dove l'hai messa?"
Mi ricordava il ronzio del frigorifero. Allora uscivo.
Non so cosa fosse successo al cielo, in quel periodo. Aveva un aspetto livido, malaticcio. Sembrava il cielo Auschwitz dopo la liberazione, come si vede in tv, nelle immagini di repertorio.
Fuori faceva freddo, un freddo insopportabile. Non potevi rimanertene all'aria aperta per più di un'ora. Dopo un po' eri costretto a cercarti un riparo.
Il più delle volte andavo a casa di Luca.
Luca era il mio migliore amico. Ci conoscevamo fin da piccoli, dai tempi della colonia estiva. A Orbetello, in Toscana, doveva essere il 1995.
Suonavo il campanello e salivo le scale del palazzo, scale gelide che sapevano di carne bollita. Luca stava tutto il giorno chiuso in camera. Leggeva libri di fantascienza, fumetti della Marvel e Kafka. Poi disegnava. Disegni pieni d'angoscia per qualcosa di invisibile.
Non mi piacevano per nulla.
Disegni di gente mutilata, a cui mancava una gamba o un braccio oppure tutti i denti. Non mi piacevano per nulla, ma allora non sapevo ancora come sarebbe andata a finire.
Mi sedevo accanto alla finestra e fumavo le sue sigarette. Luca metteva un disco: i Sonic Youth, i Pearl Jam, i Marlene, i Verdena.
Per lo più gli parlavo di Bibo, il ragazzo di cui mi ero innamorata.
Era più grande di noi e frequentava altri giri. Lo conoscevo perché ogni tanto ci vendeva il fumo, a Erica e a me. Poi aveva cominciato a venderci il popper e qualche funghetto. Poi una sera era scomparso con Erica dietro il municipio, e da quella volta tutti sapevamo che se la scopava.
Quella volta avevo dormito a casa di Luca. La mattina mi era venuta paura di uscire casa, nonostante fosse ancora settembre e ci fosse ancora il sole e non avesse ancora cominciato a nevicare.
Ero rimasta a casa di Luca quattro giorni.
Mia madre le aveva provate tutte, per portarmi indietro. Alla fine aveva chiamato i carabinieri. Ero salita sulla volante senza dire una parola, ma avevo freddo e mi veniva da vomitare.
La gente del palazzo mi guardava dalle finestre.
Anche Luca mi guardava, dalla porta della scala E, immobile come un pezzo di legno. Non un gesto, non una parola, niente di niente.
Restava lì e mi guardava, senza espressione.
In quel periodo, anche Luca stava vivendo un amore infelice.
L'amore di Luca era russo. Si chiamava Yelena.
Una ragazza piuttosto insignificante. Bionda, leggera, diafana. Ti faceva pensare ad un origami. Era una pattinatrice su ghiaccio e in prima stava in classe con noi. Prima B, liceo scientifico Salvador Allende. Poi aveva lasciato per dedicare tutto il suo tempo allo sport.
Era successo così, in un'estate. Prima c'era e poi non c'era più. Luca era diventato più silenzioso.
Io, con Yelena, avevo parlato sì e no due volte in tutto l'anno. La prima volta avevamo parlato della macchina del caffé, che non funzionava.
La seconda volta le avevo chiesto della Russia. I suoi avevano lasciato Mosca nel 1990, quando Yelena aveva cinque anni.
"Perché?", le avevo chiesto. E lei aveva risposto:
"Perché mio padre è comunista".
Uno dei passatempi preferiti di Luca era disegnare Yelena. La ritraeva in tutte le posizioni. Ritraeva anche singole parti del suo corpo, come il gomito o il ginocchio, per esempio.
Però in questi disegni era sempre presente un'interferenza: un grosso cappello che copriva il volto, un'inflorescenza al posto della mano, una serratura al posto della bocca.
Una volta scrisse un racconto che parlava di Yelena. Era un racconto di fantascienza.
In una città devastata e semideserta, pezzi di corpo umano sorgevano dall'asfalto. Assemblandosi gli uni agli altri davano vita ad una donna di vetro.
Nelle ultime righe del racconto la donna cominciava a ballare, mentre qualcosa di enorme e innominabile esplodeva all'orizzonte.
Tutto questo successe durante il primo anno di liceo.
Poi venne l'estate e partii per l'Inghilterra. Tornai a casa con una settimana di anticipo e un principio di intossicazione alimentare. La famiglia aveva trovato delle pastiglie nel cassetto del comodino e l'aveva detto agli accompagnatori. Loro mi avevano mandata a casa con il primo aereo.
Questo a luglio. Ad agosto Luca stava in riviera con i suoi e non ci vedemmo.
Sul finire di agosto feci per la prima volta un pompino ad un ragazzo, sotto le gradinate del campo sportivo abbandonato. Poi ricominciò la scuola.
Yelena non c'era più. Luca era diventato strano, quasi non lo riconoscevo.
Poi cominciò a nevicare.
Un pomeriggio di gennaio stavo con Luca davanti al Penny della circoscrizione nord-est. Avevamo comprato un pacco di pop-corn e due lattine di birra, che non riuscivamo a bere per via del freddo.
Non avevamo programmi per il pomeriggio. Stavamo in una zona desolata: case popolari, un parcheggio, un prato ghiacciato cosparso di rifiuti, un muro diroccato e il CPT.
E poi il palazzo del ghiaccio.
Quello dove si allenava Yelena.
"Ogni tanto ci vengo", disse Luca. "A vederla pattinare".
"Perché non entriamo?", chiesi. "Non abbiamo niente da fare, intanto".
Stava lì in mezzo, in quel quadrato di ghiaccio, ed era bellissima. Il quadrato era enorme e lei piccola e fragile. Le gradinate erano vuote. La pista era vuota. Era l'unico essere umano in tutto l'edificio.
Ed era bellissima. Yelena sul ghiaccio era tutta un'altra cosa che Yelena sulle scale del liceo scientifico Allende.
"Che bella", dissi.
Ma gli occhi di Luca erano due biglie scure.
Poi mi accorsi dell'allenatore. Un vecchio basso e mingherlino, con una faccia da cane. Era vestito da sci. Stava al bordo della pista e fumava sigarette che poi spegneva sotto le suole delle scarpe.
Ad un tratto si voltò verso di noi e cominciò a fissarci.
Luca disse: "Andiamo via".
L'inverno trascorreva in questo modo. Luca al palazzo del ghiaccio, io alle feste nei capannoni industriali. Storie d'amore e crepuscoli atomici.
Ero un po' innamorata di Alberto dei Verdena, ma solo quando fuori il cielo era troppo basso e viola per uscire.
Allora Alberto cantava: "E anche se non c'è miele | mi viene dolce | e penso sempre lo stesso | mi affogherei".
Volevo che Bibo mi scopasse. Che mi facesse salire sulla sua Punto, accostasse in un parcheggio deserto e cominciasse a scoparmi.
Ma questo non succedeva.
Passavano i giorni. Luca era sempre più silenzioso ma io non me ne accorgevo.
Io, a quel punto, stavo già cominciando a fare confusione. Confondevo le donne bioniche con la matematica, Altair IV con le allucinazioni da funghetto, la civiltà post-atomica con il punk, il volto di Kurt Cobain con quello di Bibo, il mio corpo con quello di Yelena.
Con Luca mi vedevo poco. Ognuno stava rintanato nella sua storia d'amore. All'intervallo fumavamo insieme. Di solito nessuno dei due diceva una parola.
Yelena pattinava sul ghiaccio. Il liceo scientifico Allende era coperto dalla neve.
Luca passava le ore di matematica a disegnare corpi di donna. Fragili come ramoscelli. Destinati alla distruzione.
Anche il cortile del liceo era ghiacciato. Un rettangolo d'erba secca, dove si ammucchiavano vecchi mobili, pacchi di riviste letterarie ancora avvolte nel cellophane e cocci di lampade al neon.
Per il resto erano lunghe camminate in un edificio vuoto.
Corridoi vuoti e lampade al neon. Lavagne, scale, interminabili ore di ginnastica passate con i Tre Allegri Ragazzi Morti nel lettore cd.
Ogni mercoledì pomeriggio il cineforum. Lo gestiva un ragazzo rachitico di quinta. I titoli erano cose come "Milano calibro 9", "Napoli violenta" eccetera.
Storie di malavita cittadina, dove, nel finale, il buono moriva di cancro o tradito dalla fidanzata.
Oppure film fascisti. Questo almeno è quello che ricordo.
"E anche se non c'è miele..."
Luca era lontano anni-luce, sul Terzo Pianeta, in una realtà parallela. Di Yelena non sapevo più nulla. Di Bibo nessuna traccia.
Poi, sul finire di febbraio, successero due cose.
Un pomeriggio passai a trovare Luca. Mi aprì sua madre. Non era in casa, ma sarebbe tornato presto. Volevo aspettarlo in camera sua?
Sì, volevo.
Andai a sedermi sul letto. Le imposte erano chiuse. Le aprii sul cortile interno, sul palazzo di fronte con i panni stesi ad asciugare.
Nel cortile c'era un gatto. Stava annusando la carcassa di un piccione. Poi mi accorsi dei disegni.
Erano appesi alle pareti di cartongesso con le puntine da disegno.
Raffiguravano tutti Yelena. Yelena con le braccia sollevate, Yelena su una gamba sola.
Una particolarità: niente interferenze. Niente mutilazioni, niente cappelli, niente inflorescenze, niente serrature.
Fu a questo punto che mi accorsi di qualcosa. Li guardai da vicino. Poi mi allontanai. Poi uscii sul balcone e inalai tutta l'aria che mi fu possibile.
Poco dopo arrivò Luca.
Alcuni giorni più tardi si mise a piovere.
Era un lunedì. Passai la serata a guardare la pioggia battere contro i vetri. Guardai un film alla televisione e verso le undici andai a dormire.
Quasi subito dopo un rumore mi svegliò.
Il cellulare. Stava suonando. Guardai l'ora: l'una e venticinque.
Era Luca. Si scusò per avermi svegliata. Disse che non riusciva a dormire. Disse che qualcosa non andava.
Gli chiesi che cosa c'era che non andava e subito me ne pentii.
Allora lui cominciò questo discorso. Un discorso sulla paura e sulla fragilità e sugli errori che gli uomini commettono senza nemmeno rendersene conto. Parlò del destino collettivo della specie e dell'autodistruzione. Parlò dei suicidi di massa.
Disse che esiste una razza di uomini che possiede il dono della percezione, esseri senza pelle che espongono al mondo la carne viva e i nervi.
Poi disse: "Non posso credere che stia succedendo davvero".
Questo accadde la notte di lunedì.
Martedì Luca non venne a scuola. Quando gli telefonai, quel pomeriggio, disse che aveva la febbre. Che sarebbe mancato da scuola per un po'. Che non passassi a trovarlo perché era in uno stato pietoso, mal di testa, vomito, brividi di freddo.
Due giorni dopo morì Yelena.
Appresi la notizia dalle mie compagne di classe. Poi lessi il giornale e guardai il TG regionale.
Era stata investita da un furgoncino che trasportava piastrelle. Il furgoncino le aveva strappato la gamba destra dal corpo. Era morta dissanguata in pochi secondi, prima che l'ambulanza arrivasse.
L'autista era stato fermato dalla polizia e interrogato.
Non era ubriaco, non andava oltre il limite di velocità, non aveva avuto un colpo di sonno. Aveva la fedina penale pulita. Era attendibile.
L'unica cosa che disse fu che non l'aveva vista. Che era comparsa dal nulla. Che si era praticamente buttata sotto le ruote.
La prima cosa che feci fu di chiamare Luca.
Rispose sua madre. Luca non c'era. Mancava da casa da più di ventiquattrore. Forse io avevo idea di dove fosse andato a finire.
"Ma non aveva la febbre?", chiesi.
Sua madre disse: "Febbre?"
Solo a questo punto cominciai a mettere in ordine gli eventi.
Ci volle un decimo di secondo, il tempo di posare il ricevitore sul tavolo della cucina.
Yelena lascia il liceo. Luca diventa più silenzioso. Yelena al palazzo del ghiaccio. Luca disegna pezzi di corpo umano. Yelena viene mutilata e uccisa da un furgoncino che trasporta piastrelle. Luca scompare.
Un furgoncino è un oggetto. Un oggetto è il mondo. Yelena era fatta di vetro, troppo fragile per il mondo.
Luca lo sapeva. Stava immobile come un insetto e aspettava il momento giusto. Stava lì fermo, senza espressione, come un fantoccio senza vita.
Luca sapeva tutto fin dall'inizio.
Fu a questo punto che tutto divenne chiaro.
Allora andai a sedermi sul divano del salotto e accesi la televisione.
Passò una settimana. La storia era sulla bocca di tutti, ma potevi non ascoltarla. Potevi far finta di niente oppure cambiare canale e guardare un documentario sui coccodrilli.
A volte mia madre piangeva.
Si sedeva sul divano accanto a me, mi prendeva la testa tra le mani e si metteva a piangere. Mi chiedeva di parlare. Diceva che dovevo alzarmi dal divano, farmi la doccia, mangiare.
Io ogni tanto mi alzavo per fare la doccia e per mangiare, ma poi tornavo a sedermi davanti al televisore. Guardavo documentari. Partite di calcio. Talk show. Televendite.
Dicevo: "Mamma, sto solo guardando un po' di tv".
Ma non era vero.
Solo che lei non poteva capire. Mia madre non crede nel destino. Dice sempre che bisogna darsi una scossa, tornare a combattere.
Non poteva capire quello che stava succedendo. Non sa cosa significa attendere e non sa cos'è la paura.
Non sa cos'è il desiderio.
Una mosca nella tela del ragno non desidera soltanto di essere divorata. Una donna sì. Ero caduta nella trappola, non potevo far altro che aspettare.
Luca aveva ragione.
Sembrava impossibile, ma stava succedendo davvero.
Passavo sul divano anche la notte. La tv accesa. Il volume a zero.
Mia madre mi aveva portato una coperta. Ogni tanto il cellulare squillava, ma io non rispondevo.
Mi accorsi del rumore quasi subito. Mi svegliai, mi tirai a sedere, guardai l'ora: le cinque meno venti del mattino.
Buio. Silenzio. In tv una programma di automobili.
Rimasi in attesa. I denti stretti, tutti i muscoli in tensione.
Poi sentii di nuovo il rumore. Qualcosa che grattava alla porta. Qualcosa che grufolava. Come un rumore di sottobosco, un rumore selvatico.
Continuava a grattare. Rumore di unghie contro la porta.
Allora capii che era arrivato il momento.
Mi alzai e andai ad aprire.
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venerdì 5 ottobre 2007
VECCHI PORCI
III
Ricongiungimenti
La donna prima di andarsene gli disse che era stata lei a scrivere, sotto dettatura del signor Guideni, la cartolina. Disse povero signor Guideni, povero ci teneva molto a incontrarla di nuovo, ma ora non è più consapevole di ciò che ha intorno. Oramai. Scuoteva un po' la testa ma non era rammaricata. Povero, continuava a dire, coma diabetico, povero, ci teneva.
Le guardò il viso scialbo, con quegli occhietti che non esprimevano niente altro che un leggero rimprovero rivolto a nessuno in particolare, le gambe tozze, le mani già da vecchia. Pensò alla figliola che si era figurato qualche giorno prima con l'intenzione di tirarsi una sega.
"Dalla calligrafia ti avrei immaginata molto diversa, sai cara?"
Ecco perché non aveva funzionato, ecco perché.
Le sorrise, salutandola con il capo. I ricci della sua parrucca rimasero immobili.
Rimasto solo con quel vecchio si rimise comodo, si tolse le scarpe e allargò un po' le cosce. Se quel che rimaneva del giovane che mentre lui era prigioniero dei tedeschi in Grecia apprendeva da sua moglie i primi rudimenti del sesso avesse avuto un briciolo di vista, da quell'angolazione avrebbe potuto vedere sotto la sua gonna. Il fatto di portare le mutande di sua moglie, che fino ad allora gli era sembrato naturale, all'improvviso lo turbò. Pensare che quell'uomo avrebbe potuto sbirciare fra le sue gambe, pensare che il suo coso ora premeva contro quelle stesse mutande che aveva indossato lei. Pensare, finalmente senza più gelosia ma con una punta d'orgoglio, che quei rudimenti era stato proprio lui a insegnarli alla moglie, che prima di incontrarlo era solo spaventata dalla confusa idea del peccato che aveva. Tutto lo turbava. Piacevolmente.
Rilesse mentalmente le prime lettere che Matteo e Ada si erano scritti. I vari pezzi di ricordi con cui era riuscito a ricostruire cosa successe fra loro.
Il viso del vecchio in coma nel letto stava tornando quello dolce e sbarbato del giovanetto sulla foto. Gli prese la mano e la portò dove finalmente, insperato, aveva avvertito un movimento.
Guardò con un senso di vaga giustizia i tubi che tenevano il corpo del suo nemico sospeso in una zona imprecisata fra la vita e la morte. Nemico e ultimo amico, amico avuto pure con l'inganno, questo è vero, ma l'ultima persona che gli aveva donato delle parole d'affetto. Che non fossero rivolte direttamente a lui ma a sua moglie era insignificante, al collo aveva la catenina di lei, portava la sua gonna, scriveva con la sua calligrafia, portava le sue mutande, l'infermiera l'aveva chiamata, proprio dieci minuti prima, Ada.
Portava le sue mutande.
La mano inerme che aveva in mezzo le gambe era contemporaneamente la mano di Matteo fra le gambe di sua moglie e quella di sua moglie fra le sue gambe. Ed era la sua mano che guidava quella di entrambi, lui che alla fine si era dimostrato il più forte fra i tre, lui che alla fine era ancora vivo ed eccitato, ancora vivo e duro.
Cercò di nuovo la voce della moglie nella sua gola, sospirò prima il suo nome, così come lei, pudica, non aveva mai fatto, Elio, poi quello del suo amante.
Il corpo di Matteo fu scosso da piccoli scatti nervosi, la mano si chiuse, solo un attimo.
Elio e Ada sorridevano, finalmente riappacificati l’uno con l’altro e ognuno col proprio corpo.
Elio sfilò la mano di Matteo dalle proprie mutande, la sollevò e rimase a fissare con incredulità e soddisfazione l'ultimo insperato rigurgito della sua virilità che vi era rimasto attaccato. Scostò il lenzuolo e gliela infilò nei pantaloni del pigiama.
L'infermiera dalle piccole pi, poco più tardi, passando dal letto del povero, povero signor Guideni, avrebbe gridato al miracolo.
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giovedì 4 ottobre 2007
VECCHI PORCI
II
Una voglia diffusa
Per quanto nel giro di pochi anni le loro situazioni si sarebbero ribaltate, lui nuovamente e legittimamente al fianco di lei e Matteo lontano e relegato nella sola condizione di scriverle delle lettere, Elio non avrebbe mai avuto la sua giustizia, non sarebbe mai arrivato a conoscerla veramente: quella che si ritrovava in casa era tornata ad essere la piccola fanciulla casta e disinteressata al sesso.
Eppure quel ragazzo ormai era un vecchio come lui, più vecchio di lui, perché la solitudine che lo stava consumando in quegli anni di lutto, su Matteo aveva avuto molto più tempo per scavare le guance e far cadere le spalle, aveva avuto una vita intera.
Nell'ultima cartolina che era arrivata, attraverso la calligrafia piccola e tonda di una qualche infermiera, Matteo le chiedeva di raggiungerlo, per poterle stringere la mano un'ultima volta, nient'altro voleva che sentire la sua voce e stringerle le mani.
Prima di prendere in considerazione l'invito, prima di recepire del tutto l'idea che l'amante di sua moglie stava morendo, cercò di immaginare l'infermiera che aveva scritto quella cartolina. Quelle lettere così rotonde e minuscole, immaginò una ragazza dalla carne morbida e liscia, come quelle piccole pi.
Ma niente, niente, nemmeno la soddisfazione di una mezza erezione, eppure l'infermiera nella sua testa era davvero un amore di fanciulla.
Da quando poi aveva cominciato a essere Ada, da quando, dopo la morte di lei, aveva cominciato a rispondere al suo posto alle lettere di quell'uomo, gli sembrava volgare e sporco solo pensare di poter prendere qualche pastiglia e andarsene con una puttana. Così, nella sua solitudine, anche il suo coso (così lo chiamava Ada, quelle pochissime volte che aveva dovuto nominarlo, abbassando gli occhi e dicendo il tuo coso) l'aveva abbandonato lasciando al suo posto un'appendice goffa e imbarazzante nella sua inutilità. Era rimasta solo una voglia diffusa attraverso tutto il corpo che non sarebbe stata in grado di convogliare sangue in nessun punto specifico.
Aveva deciso alla fine, sarebbe andata. Doveva scegliere cosa mettere in valigia. Sarebbe uscito come Elio, per non destare sospetti, e una volta arrivato lì si sarebbe cambiata d'abito nel bagno dell'ospedale.
L'idea che non poteva non andare le era arrivata mentre stava in piedi fra le ante aperte dell'armadio con i loro specchi interni che moltiplicavano la sua figura all'infinito. Era sempre stata affascinata da quell'effetto, quante volte suo marito l'aveva spiata mentre muoveva le gambe e le braccia in una sorta di balletto privato con tutte quelle repliche di sé che la seguivano in sincronia.
Si guardò meglio, con la maglia del pigiama sgualcita addosso, penzolante come la sua pelle. Si tirò su drizzando le spalle. Per Matteo che era ormai cieco avrebbe indossato il vestito delle nozze d'oro, giacca e gonna blu con la camicetta bianca a piccoli fiori. E avrebbe comprato una parrucca, dai capelli grigi. E avrebbe riaperto quelle scatoline con i trucchi che erano rimaste nei ripiani dietro lo specchio del bagno, immobili, in attesa.
Doveva rasarsi per bene, il viso, le gambe e le mani che mai avrebbe permesso a Matteo di credere che le dita di Ada, le nervose dita di Ada, avevano dei peli su.
Le sue gambe erano molto più magre e lunghe di quelle di sua moglie. La gonna gli stava larga sui fianchi e mezzo tallone gli usciva fuori dalle scarpe, aveva dovuto tagliare il cinturino perché non riusciva a sganciarlo. Le calzette di nylon gli segavano appena sopra le ginocchia, dove già qualche minuto dopo averle indossate aveva una riga rossa che lanciava grida di guerra alle sue vene per ogni passo falso. E quel reggiseno riempito di ovatta puntava le tette finte dritto davanti lo specchio, contro la stessa faccia che stava ricoprendo di trucco imitando i gesti che gli erano rimasti nella memoria.
Ma quando ebbe finito si guardò meglio, si sorrise con le labbra lucide, decise che il rossetto andava tolto e si pulì con un pezzo di carta igienica. Sorrise di nuovo. Ciao Matteo.
Ancora non andava. Chiuse gli occhi con le ciglia più pesanti per via del rimmel, bevve un sorso d'acqua. Addolcì la voce, cercando di continuare a sorridere mentre di nuovo ripeteva, ciao Matteo.
Ancora, più leggera, via la sua pancia, stretta. Ciao Matteo, ciao Elio.
Ora sì.
Riaprì gli occhi, fissò se stessa nello specchio e salutò il suo ritorno.
Mi sei mancata, Ada.
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sabato 29 settembre 2007
VECCHI PORCI
I
La sussistenza del
Ma quel pomeriggio gli avevano addirittura chiesto un parere sulla sussistenza o meno del rigore.
Sentiva un certo potere ora, sentiva di essere dentro qualcosa, poteva decidere per qualcuno.
Il ragazzino che aveva subito il fallo era ancora a terra, sollevando fra le braccia la gamba col ginocchio sbucciato si soffiava sulla ferita. L’altro, quello che lo aveva spintonato, scuoteva la testa disegnando col piede cerchi sulla polvere. Tutti gli altri lo guardavano aspettando il suo responso.
Sì, era rigore.
Capì di essersi fatto alcuni nemici, ma anche qualche amico.
Il ragazzino ferito uscì dal campo e si sedette vicino a lui.
La sua squadra perdette comunque, ma il rigore aveva dato loro un momento di vantaggio.
Finita la partita il ragazzino corse zoppicando via coi suoi compagni. Ma mentre si allontanava alzò un braccio in segno di saluto.
Fece il solito giro, panettiere, macellaio e alimentari all’angolo sotto il suo palazzo. Preferiva loro ai supermercati perchè quei negozianti conoscevano il suo nome. Elio. Era bello sentirlo pronunciare da qualcuno.
La televisione gli parlava, ma non lo chiamava mai in causa direttamente, e per i ragazzini era solo “ehi vecchio” o “ehi signore” quando erano in buona vena.
Gli piaceva il suo nome comunque, e a volte lo pronunciava ad alta voce in casa, cercandosi fra quelle mura mute. Si ritrovava allora davanti lo specchio con la cornice bronzata, si salutava sorridendo e sentendosi idiota.
Rientrando nel suo palazzo controllò la cassetta delle lettere, dalla griglia si vedeva una busta, era arrivata finalmente.
Posò la spesa sul piccolo tavolo in cucina e si sistemò sulla sua poltrona. Matteo aveva risposto.
Cara Ada...
Piegò le labbra nel breve sorriso che avrebbe avuto sua moglie nel leggere quella lettera, sentì quella sensazione di calore che avrebbe avuto lei, sentì di essere Ada, si immaginò di avere le sue mani con le dita lunghe e nodose per l’artrite, di scorrere con i suoi occhi cerulei quelle righe, di bisbigliare con la sua voce sottile quelle parole.
Pianse con le lacrime di lei, la lettera sul petto e la busta strappata fra i piedi.
Aprì la bottiglia di vino e con un bicchiere pieno davanti cominciò la sua risposta. Caro Matteo...
La sua calligrafia sulle prime storta e sgraziata diventò quella morbida di sua moglie e la mano prese a scorrere lungo il foglio senza righe.
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sabato 22 settembre 2007
OTTO LEPROTTO SALVACI TU!
la fine della terza persona
Ma quel giorno aveva saltato il suo giro. Tutto il personale del parco era adunato sotto il katoon, con le teste piegate inverosimilmente verso l'alto a scrutare le sagome dei sessantaquattro ragazzi incastrati a metà percorso.
Uno dei visitatori indossava un bracciale del secondo giorno ed era stato quindi invitato, con una gentilezza che non ammetteva repliche, a sedersi su uno dei sedili riservati a chi aveva già ricevuto il chip. Ma il ragazzo era un infiltrato. Il bracciale non era il suo, gli era stato passato al di là del recinto perché risparmiasse il biglietto.
Quando dal sedile, poco prima della discesa più ripida, erano state inviate le sondine dietro il collo del ragazzo, la mancanza del chip di preparazione aveva mandato in tilt il circuito. Il treno si era bloccato lasciando i sessantaquattro passeggeri imprigionati a centodue metri di altezza.
Mirabilio stesso era strisciato fuori dalla sua alcova per scrutare quanto la situazione fosse grave: un incidente di quelle dimensioni avrebbe significato la chiusura del centro per forse un anno o anche più. Forze dell'ordine e squadre fomentate da quelle serie a puntate che di recente passavano in tv avrebbero messo sottosopra il centro e, sia mai, avrebbero potuto scoprire la perfetta macchina produttiva che si celava dietro gli ampi sorrisi e le strutture colorate. Prese immediatamente in mano la situazione: ordinò al personale tecnico di disattivare le sonde e provare a riavviare il treno. I comandi, però, non rispondevano. Il pannello era completamente buio se non per una sinistra lucina verde che continuava a lampeggiare, solitaria.
Per evitare lo scatenarsi del panico, ordinò di diffondere la voce che quello sospeso in alto era il primo, fortunato, turno per cui il giro comprendeva anche una sosta panoramica. La storia era traballante e solo qualche dodicenne più sprovveduto della norma avrebbe potuto crederci ma nell'emergenza non era venuto fuori niente di meglio. Così il personale cominciò a girare per il parco con il triplice scopo di tranquillizzare, riavviare le consuete attività e controllare chi fosse il responsabile del disastro: chi aveva passato il bracciale al ragazzo.
Quando lo vidi arrivare verso di me, Otto aveva tolto i guanti e due piccole manine umane sbucavano dalle enormi braccia di gommapiuma. Mi sorrise: non poteva fare altrimenti, il testone che indossava era stato creato per far sembrare eterna e gioviale quella sua bocca da coniglio.
Il suo trenino era parcheggiato poco prima del ponticello dove me ne stavo seduta ad osservare, da lontano, le gambe dei passeggeri sospesi sul katoon. Mi divertivo abbastanza nel vederli sgambettare nel vuoto.
Otto si sedette accanto a me e mi squadrò un pochino.
Immaginai che stesse pensando alla mia età. Secondo me si chiedeva come mai fossi lì se non avevo figli da accompagnare.
Mi passò una mano dietro la nuca e la fece scendere verso le spalle. Aveva un tocco delicato, molto sensuale. Poi capii cosa stava cercando: lo sentii anch'io, c'era un piccolo bottoncino dietro il mio collo. Qualcuno doveva avermi impiantato una sorta di microchip, come in matrix. Ricordai il pizzicore, nello stesso preciso punto, che avevo sentito il giorno prima sulle montagne russe. Cominciavo a capire solo in quel momento cosa accadeva in quel posto, ma di lì a poco avrei saputo tutto.
Mi prese le mani e osservò i miei polsi, non c'era il bracciale. Doveva aver capito, ero stata io.
Alzò lo sguardo verso il mio viso e rimase in silenzio a scrutarmi. Alla fine mi parlò.
"Ci sono sessantaquattro persone sospese a centodue metri d'altezza, ed è colpa tua. Insomma, la vuoi finire 'sta storia oppure no?"
Il suo costume si ripiegava in modo buffo mentre lui stava seduto lì accanto a me. Guardai nel buco che aveva subito sotto il naso di gomma, vidi due occhi azzurri illuminare la cavità del testone da lepre. Mi chiesi se dentro quel costume ci fosse posto per due.
"La storia finisce che muoiono tutti" gli dissi.
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venerdì 24 agosto 2007
OTTO LEPROTTO SALVACI TU!
il secondo giorno entri gratis
L'idea gli era balenata mentre sorseggiava il suo tè delle diciannove&trenta immerso nella vasca di fermentazione: innestare un chip sottocutaneo nei visitatori, attendere che entrasse in azione durante la notte e irradiasse nel sistema nervoso i suoi impulsi e poi raccogliere la mattina successiva i frutti del resettamento.
Lo sbaglio che avevano commesso fino a quel giorno era stato quello di sottovalutare l'importanza di un'adeguata preparazione dei ragazzi prima di effettuare la raccolta. I fluidi che venivano strizzati fuori dai loro corpi erano materia grezza, di altissima qualità, sì, ma in quantità così minime che non sarebbero mai bastate a soddisfare le richieste di un mercato in continua espansione, tanto più ora che erano riusciti ad aprire un varco nei paesi asiatici.
L'impianto del chip, invece, avrebbe garantito il massimo sfruttamento possibile, stimolando ogni singola ghiandola al limite delle capacità di produzione per la quale era stata creata.
Così, il primo giorno di entrata sarebbe servito a raccogliere i primi fluidi, quelli naturalmente secreti dai giovani corpi. La sera, una squadra di guardiani avrebbe offerto ai visitatori in uscita la possibilità di entrare gratis il giorno successivo tramite la semplice applicazione di un braccialetto di riconoscimento dentro il quale fosse contenuto il nuovissimo ImpavidoChip.
Scopo dell'ImpavidoChip è quello di diffondere nella coscienza degli avventori la convinzione che farsi sparare in aria per circa 60 metri imbracati su un seggiolino o scendere in picchiata con un'accelerazione in grado di mandarti le guance fin dietro le orecchie fossero gesti di grande coraggio, tali da riscattare una vita di meschinità e di paure. Nel momento stesso in cui il braccialetto viene stretto al polso e la minuscola placchetta di metallo con i suoi microcircuiti si insinua sottopelle ogni frustazione e rimpianto per le scelte che non si è avuto il coraggio di seguire viene cancellato.
Salire su una giostra in cui ogni rischio è calcolato e ogni bullone posizionato nel preciso punto per annientare qualunque pericolo di esito negativo, in cui si sa esattamente quanto durerà ogni percorso e che in ogni caso si tornerà al punto di partenza, diventa un ottimo palliativo per le ansie da riscatto, il modo perfetto per dimostrare a buon mercato il proprio coraggio, in una realtà ovattata e protetta da qualunque imprevisto.
Forti di queste convinzioni, i giovani non solo avrebbero reso almeno il doppio, ma ne sarebbero stati addirittura felici: felici di produrre e di contribuire attivamente alla causa dell'arricchimento spropositato del Grasso Mirabilio. Inoltre, l'avere così facilmente a portata di mano il grimaldello per espugnare le paure più profonde, per sostituirle con paure calcolate e dalla durata e soluzione stabilita, avrebbe reso tutti loro dipendenti dalle attrazioni del parco, fidelizzandoli e trasformandoli continuamente da materia prima a prodotto, da clienti a protagonisti, in un ciclo continuo e inarrestabile almeno per tutta l'età in cui si possono considerare produttivi: l'adolescenza.
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lunedì 30 luglio 2007
OTTO LEPROTTO SALVACI TU!
prima del chip
Il treno ritorna alla partenza dopo l'ultima discesa, i ragazzi scendono e l'addetto prepara il tergivetro per raccogliere il sudore che hanno lasciato sui sedili di plastica marrone. Dà un'occhiata alle schiene dei ragazzi che scendono le scale e immagina il rumore del tergivetro sulla loro pelle, dovrebbero dargli l'autorizzazione a farlo, a correr dietro ai più promettenti e tirar via quelle perle brillanti riversandole nelle ampolline in dotazione, un vero spreco lasciarli andare via così ad asciugarsi al vento.
L'addetto non sa che la raccolta del sudore è solo l'ultimo degli scopi per cui è stato aperto il parco. Il primo e più florido traffico è quello basato sulla distillazione dell'adolescenza.
Ogni attrazione è studiata scientificamente allo scopo di stimolare la produzione di adrenalina negli avventori. Speciali microscopiche sondine entrano sottopelle nei visitatori non appena si siedono e stringono le barre di sostegno, allacciano le cinture, agganciano le imbracature di sicurezza. Le sondine si insinuano e pompano adrenalina, ormoni, succhi vitali fino al centro di raccolta situato sotto la macchina principe di tutto il parco: il katun. Progettato dai migliori ingegneri con l'ausilio dei neurologi più accreditati, ogni inclinazione del percorso, ogni curva, ogni accelerazione, agita i corpi delle giovani cavie e stimola i giusti punti energetici.
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martedì 24 luglio 2007
sabbia: prima versione
Ho baciato la mia migliore amica.
Ora, definitivamente, non ci capisco più niente. Non ho punti di riferimento. Nemmeno uno, misero. Prima per lo meno distinguevo il giorno dalla notte, ora credo si sia ribaltato anche quello scarso senso del tempo che avevo. Posso guardare ogni cosa e credere che sia ciò che è, ciò che mi sembra, il suo contrario, la sua essenza o solamente il suo contorno. Quando non hai parametri, tutto è credibile.
In fondo, però, non è difficile, un po’ triste forse, ma mica difficile. Comincio a prendere confidenza con questo strano deserto. All’inizio avevo paura, soprattutto dei miraggi, ma ora mi trovo a mio agio qui. Basta camminare senza preoccuparsi della direzione, senza spaccarsi le palle alla ricerca di una meta. Gli altri non capiscono, si affannano verso i loro obiettivi. Io no, io ora lo so che tutto è solo un’allucinazione. Sono sveglia, io. Mica mi fregano con i loro modelli.
Quando mi sono trasferita in quella casa (questa casa? sono ancora qui?) pensavo di aver raggiunto la mia libertà, sarei stata sola ma incondizionatamente libera. Giravo fra quelle mura a testa in giù e nessuno, proprio nessuno, poteva protestare.
Poi, tutto ha cominciato a trasformarsi in sabbia, anche Sanzio. Lui ci ha messo una settimana per sgretolarsi completamente, ma alla fine non ne rimaneva nemmeno la coda.
Ora la gente continua a venire qui a cercarci, bussano all’immagine che è rimasta del mio portone, chiamano.
A volte apro. A volte no. A Marzia ho aperto. E poi lei mi ha baciata. E io ho baciato lei. E tutto si è spostato ancora un po’ più in là. Non credo che potrò mai uscire da qui. Non più.
All’inizio pensavo di sì. Ero convinta che questa storia del deserto e dei miraggi fosse solo un problema di cuore. Lui era passato nella mia vita, nel mio stomaco, nella mia testa così velocemente da aver creato un vuoto dietro sé, da aver risucchiato buona parte della mia lucidità. Ma qualcuno da amare si trova sempre. Qualcuno su cui giustificare e coltivare l’amore per sé stessi.
Lui, forse Marzia, anche il mio gatto in qualche modo (anche se in questo stato di dunetta miagolante non fa più molta tenerezza), o un figlio un giorno. O uno dei miei miraggi, finché dura almeno, prima che ne arrivi un altro. Devo solo stare attenta a non trasformarmi in sabbia. Tutto qui. Sempre vigile. Posso fregarli tutti se voglio. Ce la faccio, cazzo, sono di pietra io.
Sanzio ha annusato qualcosa con il suo naso di sabbia, come può riuscirci non lo so, ma continua a girare in tondo e ad annusare. Mi incuriosisco, scavo un po’ e rimango a guardare. Se questa è un’allucinazione non è niente male. Un passaggio segreto. Minchia. Ricopro tutto e mi ci siedo sopra e penso.
Forse se vado non potrò tornare indietro, ma non ho molto da perdere qui. Non ho nessuno da perdere qui. Aspetto ancora qualche momento del mio tempo senza misura e poi prendo secchiello e paletta e raccolgo Sanzio, almeno lui lo porto con me. Sta messo male, ma è l’unico compagno di viaggio che posso permettermi, Marzia ora mi spaventa. E io spavento lei. Un giorno la cercherò, potrei innamorarmi di lei. Ora però devo andare.
Il passaggio segreto è fresco, da quando nella mia testa l’alternarsi fra giorno e notte è andato, sono sotto il sole cocente del deserto. Niente sbalzi termici, va bene, ma un caldo da impazzire. Qui invece c’è ombra, muschio, umidità. Ho visto una ranocchia e una biscia d’acqua. Troverò uno stagno più avanti. O magari un laghetto.
È il lago più bello che abbia mai visto. L’acqua non può che essere potabile, è troppo perfetto per essere velenoso. Se quella polla di Biancaneve avesse osservato meglio la sua mela una piccola imperfezione l’avrebbe trovata. E avrebbe capito. E avrebbe mangiato bucatini, o caponata, o uno dei nani, ma non la mela. A me non m’avrebbe fregata la strega.
Non mi fregano nemmeno ora, chiunque sia il mio Gran Guru delle allucinazioni, stavolta me ne ha mandata una che mi voglio godere in pieno, quindi bevo. Non posso sapere quanto tempo è passato dall’ultima volta che ho bevuto, ma devono essere, a naso, due anni.
Ci sono pesciolini blu che mi girano fra i piedi, non ci posso credere. Sanzio ha tirato fuori il muso dal secchiello e mi guarda felice. O forse sta puntando i pesciolini, assassino.
Dall’altra parte del laghetto c’è lui. Il vuoto nello stomaco ricomincia a farsi sentire, forte come all’inizio. Che faccio? Per raggiungerlo dovrei nuotare come una disperata, non avrei mai le forze per arrivare di là, annegherei a metà, ne sono sicura, ed è impensabile arrivarci a piedi, ci sono piante e rovi tutt’intorno questo perfetto lago. Ecco, se c’è una piccola certezza su cui ancora posso contare è che non ho alcun modo di raggiungerlo.
Sta entrando dentro casa, non mi ha vista. I pesciolini blu sono ancora qui, ma hanno perduto ogni interesse; se per Sanzio sono ancora il miglior pasto che abbia avuto sotto gli occhi, per me sono solo puntini insignificanti. Dall’altra parte del lago, dietro quella porta, c’è lui. Tutto il mio corpo reclama, urla ora, stanco di essere parziale, mancante. Credo che per questa volta lo ascolterò, ci provo. Male che va, morirò affogata in un lago immaginario, niente di definitivo. Mica sono scema, so che non si muore per davvero nelle allucinazioni.
Quando la gente dice che la mente può giocare brutti scherzi, non sbaglia. Questo lago, da tranquilla pozza d’acqua, è diventato un’infinita distesa che cresce di due metri per ognuno che avanzo arrancando in una specie molto poco coordinata di stile libero: nasconde correnti, alghe rampicanti che si attorcigliano alle caviglie e mostri acquatici che cerco di non vedere.
Sono stanca, continuo a bere acqua (e, beh, comincio a convincermi che sia velenosa, forse muoio presto così la finiamo con questa faticata, non ce la faccio più), le gambe mi fanno male e le braccia girano a vuoto. Continuo a fare solo un casino di spruzzi ma non mi muovo di un centimetro. Forse è arrivato il momento di lasciarmi andare giù, riposarmi sul fondo e aspettare che questa grandissima fregatura di allucinazione finisca. Una grandissima fregatura. Devo cercare quel coglione di Guru e dirgliene quattro: appena esco di qui lo gonfio, appena riprendo un po’ di fiato lo prendo a bastonate, non appena riesco di nuovo a muovere in maniera consapevole le braccia gli sposto i lineamenti in modo statisticamente casuale. Ma prima, gli tolgo qualsiasi autorità sulle mie percezioni. E cazzo, il cervello allucinato è il mio? Quindi in qualche angolo del mio casino mentale deve esserci la sceneggiatura di questo miraggio, basta scovarla e cambiarla a mio piacimento. Devo fare in fretta però. Pensare sul fondo melmoso di questo lago non è semplice, mi manca l’aria e quei mangiacaccole di pesciolini blu mi stanno entrando a branchi nelle narici.
A guardarla da dentro si capisce perché la mia testa funziona in maniera così stramba. Anzi, a guardarla da dentro stupisce il fatto che riesca a mantenere un’attività elementare di sopravvivenza. In questo casino non c’è traccia della Sceneggiatura. Niente. Continuo a rovistare (e già che ci sono faccio pure un po’ di pulizie, gettandomi fuori dalle orecchie l’inutile zavorra dei ricordi dolorosi), ma il tempo passa e se non fosse per Marzia, che appare qui in fondo al lago per portarmi un po’ del suo respiro, sarei già affogata. Bene, allora eccola.
Un gruppo di neuroni punk, bellissimi con le loro creste di dendriti, la stava utilizzando per alzare le barricate nella zona di cervello in autogestione. Propongo loro uno scambio: le spine dei cactus che mi sono rimaste infilzate nelle chiappe per i miei fogli. Espongo i vantaggi di una barricata di resistentissime e inquietanti spine rispetto a una costruita con miserissimi fogli di carta e aggiungo all’offerta, perché mi voglio rovinare, due splendide spille con la A di anarchia, che potranno appuntare orgogliosi sul petto, in omaggio. Accettano entusiasti. Prendo i miei fogli e mi metto al lavoro, lasciandoli nel pieno di una zuffa per spartirsi i gadget anarchici.
Ho poco tempo, la bocca di Marzia è morbida e piacevole ma non credo di poter sopravvivere a lungo così, l’ossigeno è troppo poco, anche i neuroni si stanno accasciando. Quindi salto i particolari e vado dritta al finale: cancello la parte in cui io muoio sbranata dalle meduse di lago (e che cazzo, quel Guru mi deve odiare per una decina di ottimi motivi), scrivo due righe veloci giusto per specificare che alla fine sarò in buona salute e mi lancio fuori dalla fontanella lambdoidea che, fortuna mia, nel mio cranio non si è mai chiusa completamente.
Risalgo veloce dal fondo e in quattro bracciate olimpioniche sono sull’altra sponda del lago.
Busso alla sua porta e mentre aspetto che apra mi guardo riflessa nell’acqua: per la fretta ho dimenticato di descrivermi bella come il sole e così mi ritrovo con quello che passa il convento. La fatica della nuotata e la lunga permanenza sott’acqua, fra la melma, non hanno fatto bene al mio colorito né ai miei capelli. Ho le narici imbottite di pesciolini blu e le chiappe gonfie per l’estrazione delle spine. Nel complesso non assomiglio a una dea.
Lui, invece, è bello da accecarmi. Lo abbraccio e appoggio la fronte al suo petto. Vorrei parlargli della mia solitudine in quel deserto, della confusione per il bacio di Marzia, della paura per la sua assenza e di tutte le volte che ho sperato che mi sentisse e che capisse da lontano quanto avevo bisogno di lui, che ho pregato non so quale dio di portarlo da me, fino a farmi scoppiare la testa dal dolore e dalle lacrime. Forse glielo sto dicendo o forse lui può davvero ascoltare i miei pensieri, perché mi stringe di più e mi accarezza i capelli. Comincio a credere che questa sia la mia vera e grande storia d’amore, di quelle che non finiscono mai. Forse noi due siamo fatti per stare insieme, complementari, indispensabili.
Sento che le sue braccia potranno curare tutte le mie parti malate. Non voglio tornare indietro, voglio restare così, sospesa per sempre, questa piccola parte di universo può bastarmi, non ho bisogno d’altro. Marzia mi capirà e io capirò lei, un giorno.
Ma lui parla d’altro, e io non riesco a sentirlo. Qualche ricordo doloroso deve essere rimasto incastrato nelle mie orecchie, perché le sue parole sembrano solo un fruscio, non le distinguo o non voglio farlo. Non mi abbraccia più, ora. Mi guarda e quelle parole indefinite continuano a spuntare dalla sua bocca. Penso che dovrei scappare via. Sto correndo giù dalle scale (c’erano delle scale prima?) e lui ora urla, adesso capisco, sta chiedendomi scusa. Scusa? Di cosa? Voglio andare via, più veloce di così, ma ho ancora i piedi bagnati e scivolo giù.
Non sono più scale queste; sto precipitando in un passaggio segreto. È fresco, c’è ombra e muschio. Mentre cado vedo una biscia d’acqua e una ranocchia. Devono essersi rintanate qui perchè fuori fa molto caldo.C’è una specie di deserto. Mi sembra di essere stata qui un milione di volte. C’è anche Sanzio; non mi stupisce che sia un gatto di sabbia. Lui mi ha lasciata andare via e il mio gatto e tutto il mio mondo sono diventati di sabbia. Sono scappata via da Marzia e poi l’ho cercata, mi sono presa cura di lei e lei di me. Ho baciato la mia migliore amica, ho annodato il filo del mio tempo fra le sue dita e dev’essere allora che qualcosa si è fottuto nella mia testa. Non so.
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